La Chiesa cattolica e i suoi limiti – Carlo A. Martigli
Fonte:blogvoglioscendere
Credo che, ancora oggi, la Chiesa non abbia capito cosa significhi comunicare con i propri fedeli, perché ricerca maggiormente la quantità e non la qualità dell’intervento. E’ per questo che sta continuando a perdere consensi e non riesce assolutamente a trovare un linguaggio adatto alla gente; peraltro, è l’unica Chiesa al mondo che ha una struttura piramidale, e questo non va bene perché significa non stare davvero dalla parte dei fedeli. A mio avviso, se la religione cristiana continuerà ad esser gestita in questa maniera dai vertici, prima o poi si ridurrà a un gruppo sparuto di persone: quelli che oggi hanno una sorta di cultura cristiana piano piano l’abbandoneranno, non riconoscendosi nelle istituzioni ecclesiastiche, mentre altre religioni, che spingono i fedeli a comportarsi secondo certi criteri, al di là dei riti, avranno sempre più proseliti. Forse, nel momento in cui si toccherà il fondo, ci sarà una ripresa, magari con l’avvento di un nuovo Papa. Da cristiano lo spero vivamente, perché non mi riconosco in questo tipo di Chiesa, che oggi è incentrata soprattutto sull’indottrinamento delle persone, e trascura i problemi della vita di tutti i giorni, il lavoro, la fame, i problemi di carattere sociale. La religione nasce per un senso di appartenenza, di comunità, Chiesa stessa, ecclesia, significa comunità. Oggi, invece, la Chiesa è staccata da questo sentimento comune e non ha ancora la capacità, più per responsabilità dei vertici che dei sacerdoti di base, di potersi riagganciare alle esigenze comuni, sembra rinchiusa in una turris eburnea. Lo dimostra in modo eloquente il discorso fatto sull’Ici: se avesse fatto dei passi in avanti in questo senso, se si fosse dichiarata disponibile in maniera concreta a dare il proprio contributo specie in questo momento particolare, forse avrebbe ottenuto molti più consensi di quelli che sta ottenendo adesso. Sin dagli anni ’60 la Chiesa è attaccata da destra da quelli che le rimproverano il Concilio Vaticano II, ed è attaccata da sinistra, dai preti come Don Gallo e, in passato, come Don Milani, che rappresentano la Chiesa della gente. Ritornare a quella impostazione è l’unica via perché possa recuperare consensi, altrimenti se tutto si basa unicamente sul rito e sull’abitudine, questa Chiesa non andrà avanti.
NOSTRO COMMENTO: Anche Noi siamo cattolici, ma non apparteniamo a questa Chiesa.
Roma, 30 gennaio 2012. Elio Lannutti, senatore dell’Italia dei Valori e presidente dell’Adusbef (Associazione Difesa Utenti Servizi Bancari E Finanziari), interviene su Equitalia. Il parlamentare IdV denuncia l’eccesso di poteri conferiti da Giulio Tremonti alla spa a capitale pubblico (49% Inps, 51% Agenzia delle Entrate). Equitalia ha modo – “proprio grazie a poteri che non hanno i neppure i magistrati”, precisa Lannutti – di esigere importi spesso non dovuti o dovuti solo in parte. Sempre a danno dei cittadini, che si vedono sottratti i loro averi, mentre personaggi come Antonio Mastrapasqua (vicepresidente di Equitalia e vertice Inps), come rileva Lannutti, possono tranquillamente cumulare cariche pubbliche e assumere persone vicine a ministri
NOSTRO COMMENTO: Quanto a educazione, volgarità e parolacce la Lega non è seconda a nessuno. Basta solo pensare alle male parole, pernacchie e rutti che fa Bossi in certe occasioni. A proposito di Antonello Pirrotto, l’operaio sardo che ha avuto un duro botta e risposta con il Leghista Castelli durante la trasmissione Servizio Pubblico di Michele Santoro andata in onda il 26 gennaio 2012. Leggete cosa dice Bossi al Presidente della Repubblica ed al Premier Monti. Perché Castelli non va via anche di fronte a queste scene vergognose di Bossi che andrebbero perseguite legalmente? Allora è proprio il caso di dire: “Canonico! Da quale pulpito viene la predica!” Lega! Vergognatevi!
“Albino (Bergamo), 30 dic. – Cori e fischi contro Giorgio Napolitano e Mario Monti, durante il comizio di Umberto Bossi alla Berghem Frecc di Albino, nel bergamasco. Sul palco insieme ai colonnelli, Roberto Maroni e Roberto Calderoli, il leader della Lega Nord ha rivolto commenti particolarmente pesanti nei confronti del Presidente della Repubblica e del Capo del Governo, incitando cosi’ la folla. “Mandiamo un saluto al Presidente della Repubblica… Nomen omen”, ha detto il leader della Lega Nord ai militanti, facendo riferimento al cognome del Capo dello Stato e alle sue origini napoletane. “Non lo sapevo che era un ‘terun’”, ha poi scherzato. In diversi passaggi il Senatur ha criticato Napolitano per il ruolo avuto nella costituzione del Governo Monti, a suo avviso una “robaccia anti democratica”. Duro attacco anche alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unita’ d’Italia. “Abbiamo subito anche il Presidente della Repubblica che ci ha riempito di tricolori, sapendo che alla gente del Nord non piacciono i tricolori”, ha sostenuto. “Tutti i giovani morti” per la patria, ha affermato, “stavolta sparerebbero dall’altra parte”. Bossi non ha risparmiato Monti. Alla folla che gridava ‘Monti, Monti, vaffa…’, ha risposto: “Magari gli piace…..”.
Si parla in queste ore di una possibile riforma che il governo potrebbe varare, nell’ambito delle politiche di liberalizzazioni: quella dell’abolizione del valore legale del titolo di studio per accedere ai concorsi pubblici e per la carriera dirigenziale nell’ambito delle amministrazioni pubbliche. Se la riforma si farà, più del voto di laurea conseguito e della disciplina riportata sul diploma, conteranno le competenze reali, l’esperienza fatta e, eventualmente, il prestigio dell’università presso cui si è conseguito il titolo, similmente a quanto avviene già nel settore privato. A tal fine, è possibile che venga stilata una sorta di classifica delle università, tramite la già esistente Agenzia per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (Anvur). I sostenitori dell’abolizione del valore legale vorrebbero superare la logica del “pezzo di carta”, preferendole un maggiore legame tra selezione del personale e competenze reali. Quello che conta veramente, secondo questo orientamento, è ciò che la persona sa e sa fare, non il diploma, magari conseguito anni prima, avendo fatto tutt’altro nel frattempo. Nemici principali di questa logica sarebbero i “diplomifici” che consentono il facile conseguimento del titolo, e c’è chi punta il dito soprattutto sulle università telematiche, sostenendo che permetterebbero di arrivare alla laurea col minimo dello sforzo. I contrari alla riforma sono coloro più orientati ad un approccio egualitarista. Temono soprattutto che si crei una disparità tra università di serie A e di serie B, che penalizzi sopratutto il sud e gli studenti che non possono permettersi master e corsi di specializzazione. Nella realtà è comunque difficile che si arrivi ad una totale abolizione del valore legale della laurea. Per alcuni mestieri, come il medico e l’architetto, gli svantaggi che comporterebbe sarebbero troppi. È più probabile che si arrivi semplicemente ad un superamento delle attuali rigidità, specialmente per fare carriera all’interno degli enti pubblici. Il valore legale del titolo di studio Per “valore legale” si intende la capacità di un certo titolo di studio – come il diploma o la laurea – di essere ufficialmente riconosciuto nell’ambito delle amministrazioni pubbliche. Nel nostro ordinamento giuridico, il titolo di studio a cui viene attribuito valore legale è un certificato rilasciato da un’autorità scolastica o accademica, nell’esercizio delle proprie funzioni. Tale certificato riporta gli estremi di un atto pubblico compiuto da un pubblico ufficiale o da una commissione d’esame. Possono rilasciare titoli di studio con valore legale le amministrazioni pubbliche in ambito formativo – come le scuole o le università pubbliche – oppure gli istituti privati legalmente riconosciuti dal Ministero dell’istruzione. Il titolo deve riferirsi ad un corso previsto da un regolamento didattico conforme a schemi nazionali definiti da leggi e regolamenti ministeriali (o anche da leggi regionali, per i settori formativi di loro competenza). Dal punto di vista dell’efficacia giuridica, il possesso di un titolo di studio con valore legale è una condizione necessaria per: • il proseguimento degli studi nel sistema scolastico o accademico nazionale; • l’ammissione ad esami di Stato finalizzati all’iscrizione ad Albi, Collegi ed Ordini professionali; • la partecipazione a concorsi banditi dalla pubblica amministrazione e l’inquadramento in precisi profili funzionali lavorativi. I titoli di studio stranieri non hanno valore legale in Italia, se non a seguito di una dichiarazione di riconoscimento o di “equipollenza”. Quest’ultima può essere concessa in base a criteri e procedure sancite da accordi e trattati internazionali e recepite dalla legge.
NOSTRO COMMENTO: questo dell’abolizione del valore legale del titolo di studio, addirittura anche per accedere ai concorsi, è un tema che va attentamente ponderato e valutato perché potrebbe causare danni allo Stato ed ai soggetti che operano nell’ambito della pubblica Amministrazione. Come potrebbe partecipare ad un concorso pubblico per medico o per legale nelle pubbliche Amministrazioni chi non ha la laurea specifica in medicina o giurisprudenza? Solo Dio lo sa. Ancora. Può accadere , come di fatto accade, che negli Enti pubblici tante mezze figure non munite di specifico titolo di studio (laurea) accedano a posizioni dirigenziali o apicali per il fatto di essere stati raccomandati dal solito politico di turno o appoggiati da organizzazioni sindacali corrotte per scambio di favori. Questo modo ingiusto di operare comporta disservizi ed un notevole aumento di contenzioso per ristabilire la legalità. Noi crediamo che bisogna disciplinare con molta cautela questa delicata materia e non creare una Università di Serie A e serie B.
Nuzzi: punito dalla Chiesa perché svelo il malaffare di GianLuigi Nuzzi Dopo la puntata degli Intoccabili di giovedì sera, il Vaticano minaccia vie legali contro il cronista di Libero e conduttore della trasmissione di inchiesta Fuori e dentro la Chiesa c’è chi è contro e chi è a favore di Papa Benedetto XVI. Noi abbiamo una posizione diversa. Pensiamo che l’opera di cambiamento del pontefice sia innegabile, ma incontri resistenze e sia osteggiata proprio in Vaticano». Inizia così il copione della puntata degli «Intoccabili» di mercoledì sera su La7. Una posizione di assoluta fedeltà al principio di trovare notizie, verificarle e renderle pubbliche per una puntata con notizie senza precedenti. Per la prima volta un vescovo, per decenni al lavoro nei Sacri Palazzi, scrive al papa denunciando casi di «corruzione» Oltretevere. Ancora, sostiene di esser stato «boicottato» – parole sue – nell’opera di pulizia che aveva avviato sui conti, gli appalti e le forniture dello Stato Città del Vaticano. Nero su bianco in lettere riservate, report, documenti consegnati al pontefice e al segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone. Decine di fogli per un carteggio comprensivo di ricostruzioni certosine, giorno dopo giorno, nome dopo nome, di quanto avvenuto.
È un fatto insolito per quanto veniamo abitualmente a conoscere di quanto accade oltre il colonnato di San Pietro, soprattutto quando riguarda il denaro. È altrettanto insolito che di quanto accaduto si abbia oggi l’opportunità di conoscere tramite documenti ufficiali seppur riservati. Così, in televisione, abbiamo raccontato un’inchiesta (anticipata su queste colonne), sentendo testimoni come monsignor Corbellini o chi era preposto su tutti ai controlli come il cardinale Velasio De Paolis. Ed è un’inchiesta che lascia smarriti. Chi rivolgeva queste segnalazioni al cardinale Bertone, entrando con lui in manifesta rotta di collisione, è stato in pochi mesi mandato a Washington. Ecco perchè Reuters e Associated Press, le prime agenzie di stampa nel mondo rilanciano la vicenda con titoli netti: «Lo scandalo della corruzione scuote il Vaticano, dopo la rivelazione di lettere interne» ha scritto la Reuters. Poi l’Associated Press ha anche aggiunto: «Un funzionario avverte il Papa della corruzione». Dopo la puntata arriva una lunga nota della Santa Sede di precisazioni e distinguo, di difesa del comitato di banchieri criticato da monsignor Carlo Maria Viganò per le scelte finanziarie operate. E noi qui in redazione agli Intoccabili la riprendiamo subito sul nostro blog. Inviteremo padre Federico Lombardi in trasmissione se e quando vorrà tornare su questo argomento. Perché la nostra cronaca, aldilà di tentativi maldestri di strumentalizzare il nostro mestiere e di porci da taluni in forzate e irreali conflittualità, è aperta a ogni prospettiva. In studio per una lunga intervista avevamo infatti il direttore dell’Osservatore Romano, il professor Giovanni Maria Vian.«Il Vaticano ha diffuso una nota» analizza la Reuters, che critica i metodi usati nell’inchiesta giornalistica. Ma ha confermato che lettere erano autentiche esprimendo «amarezza per la pubblicazione di documenti riservati». I documenti riservati in mano a un giornalista hanno due uniche destinazioni: o i giornali, le televisioni per le quali si lavora o il cassetto da chiudere a chiave. Ma in quest’ultimo caso si farebbe un altro mestiere. Non il nostro. Di Gianluigi Nuzzi (gianluigi.nuzzi@libero-news.eu)
NOTA DEL DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE, P. FEDERICO LOMBARDI, S.I., A PROPOSITO DI UNA TRASMISSIONE TELEVISIVA
La trasmissione televisiva “Gli intoccabili” andata in onda ieri sera, accompagnata dall’abituale contorno di articoli e commenti può essere oggetto di molteplici considerazioni, a cominciare dalla discutibilità del metodo e degli espedienti giornalistici con cui è stata realizzata, per continuare con l’amarezza per la diffusione di documenti riservati. Ma non è di questo che ora vogliamo principalmente parlare, essendo oggi tutto ciò fin troppo abituale, sia come metodo generale, sia come stile di informazione faziosa nei confronti del Vaticano e della Chiesa cattolica. Proponiamo piuttosto due semplici considerazioni che non hanno trovato spazio nel dibattito. La prima. L’azione svolta da mons. Viganò come Segretario Generale del Governatorato ha certamente avuto aspetti molto positivi, contribuendo ad una gestione caratterizzata dalla ricerca del rigore amministrativo, del risparmio e del raddrizzamento di una situazione economica complessiva difficile. Questi risultati, ottenuti durante la Presidenza del card. Lajolo, sono chiari e non sono negati da nessuno. Una valutazione più adeguata richiederebbe tuttavia di tener conto dell’andamento dei mercati e dei criteri degli investimenti nel corso degli ultimi anni, ricordare anche altre circostanze importanti, come i risultati notevolissimi dell’attività dei Musei Vaticani, con flusso accresciuto di pubblico e orari di apertura più ampi, ricordare le finalità non puramente economiche ma di supporto della missione della Chiesa universale da parte dello Stato della Città del Vaticano che sono motivo di spese anche notevoli, e così via. Alcune accuse poi – anche molto gravi – fatte nel corso della trasmissione, in particolare quelle nei confronti dei membri del Comitato Finanza e Gestione del Governatorato e della Segreteria di Stato di Sua Santità, impegnano la Segreteria di Stato stessa e il Governatorato a perseguire tutte le vie opportune, se necessario legali, per garantire l’onorabilità di persone moralmente integre e di riconosciuta professionalità, che servono lealmente la Chiesa, il Papa e il bene comune. In ogni caso, i criteri positivi e chiari di corretta e sana amministrazione e di trasparenza a cui si è ispirato mons. Viganò continuano certamente ad essere quelli che guidano anche gli attuali responsabili del Governatorato, nella loro provata competenza e rettitudine. E ciò è coerente con la linea di sempre maggiore trasparenza e affidabilità e di attento controllo sulle attività economiche su cui la Santa Sede è chiaramente impegnata, nonostante le difficoltà, come dimostrano anche le adesioni alle Convenzioni internazionali di cui si dà notizia – per casuale coincidenza – proprio quest’oggi. Insomma, l’avvicendamento alla guida del Governatorato non intende certamente essere un passo indietro rispetto alla trasparenza e al rigore, ma un ulteriore passo avanti. La seconda. Discussioni e tensioni, comprensibili differenze di opinioni e posizioni, vengono sottoposte alla valutazione di un giudizio superiore proprio perché questo è in grado di vedere le questioni in una prospettiva più ampia e con criteri più comprensivi. Un procedimento di discernimento difficile sui diversi aspetti dell’esercizio del governo di un’istituzione complessa e articolata come il Governatorato – che non si limitano a quelli del giusto rigore amministrativo – è stato invece presentato in modo parziale e banale, esaltando evidentemente gli aspetti negativi, con il facile risultato di presentare le strutture del governo della Chiesa non tanto come toccate anch’esse dalle fragilità umane – ciò che sarebbe facilmente comprensibile – quanto come caratterizzate in profondità da liti, divisioni e lotte di interessi. In questo diciamo senza timore che si è andati e si va spesso ben aldilà della realtà; che la situazione generale del Governatorato non è così negativa come si è voluto far credere; che tanta disinformazione non può certamente occultare il quotidiano e sereno lavoro in vista di una sempre maggiore trasparenza di tutte le istituzioni vaticane, e infine che non bisogna dimenticare che il Governo della Chiesa ha al suo vertice un Pontefice di giudizio profondo e prudente, la cui dirittura al disopra di ogni sospetto garantisce la serenità e la fiducia che giustamente si attendono coloro che operano al servizio della Chiesa e i fedeli tutti. In questa prospettiva va riaffermato decisamente che l’affidamento del compito di nunzio negli Stati Uniti a mons. Viganò, uno dei compiti più importanti di tutta la diplomazia vaticana, data l’importanza del Paese e della Chiesa cattolica negli Stati Uniti, è prova di indubitabile stima e fiducia da parte del Papa.
NOSTRO COMMENTO: abbiamo inserito per, par condicio, anche la nota di Padre Federico Lombardi relativa alla trasmissione degli “Intoccabili” condotta da Gianluigi Nuzzi in data 25_01_2012 su LA7. L’occasione è utile per far qualche punto di riflessione. Ci chiediamo - come molti di Noi si chiedono leggendo l’articolo ed ascoltando il video integrale di Nuzzi - perché mai il Vaticano minaccia di adire le vie legali nei confronti del giornalista? Risulta, infatti, “per tabulas” che Mons. Viganò sostiene di esser stato «boicottato» – parole sue – nell’opera di pulizia che aveva avviato sui conti, gli appalti e le forniture dello Stato Città del Vaticano. Allora perché non far proseguire a tempo indeterminato Viganò fino a quando non portera’ a termine l’incarico affidatogli? Perché mai spedire Mons. Viganò a far il Nunzio apostolico negli Stati Uniti. ? E’ il caso di dire: “Promoveatur ut amoveatur” Noi ci chiediamo con molto stupore nei riguardi della Chiesa: “errare humanum est perseverare autem diabolicum” Ha dimenticato forse il Vaticano il gran rumore che ha destato la pedofilia nell’ambito della Chiesa e nell’opinione pubblica mondiale, cattolici compresi, tanto che ha dovuto intervenire direttamente il Santo Padre con mano pesante per cercare di coprire gli scandali ancor oggi latenti? Sarebbe stato certamente più proficuo stanare il clero marcio ed affidarlo ai competenti tribunali ecclesiastici e civili per il seguito di competenza, indennizzando opportunamente le vittime del clero deviato. Nascondere e proteggere per lunghissimo tempo i preti pedofili non è stato di alcun giovamento alla Chiesa. Ha generato solo un mare di sospetti che a, tutt’oggi, non si placano. In buona sostanza si vuol dire questo: se ci sono mele marce nell’ambito dell’alto clero bisogna fare immediatamente pulizia per evitare il ripetersi degli scandali. Avvedersi dei propri errori è indice di intelligenza. Perseverare nell’errore è indice di idiozia.
Roma – Il governo Monti è un «esecutivo di buona volontà» ma non può esserci «sospensione della responsabilità politica». «È irrinunciabile che i partiti si impegnino a fare in concomitanza la propria parte» su «riforme rinviate da troppo tempo» tanto da portarci a «situazione di emergenza». Lo afferma il presidente Cei Angelo Bagnasco. L’Italia è «in angustia», ha rilevato Bagnasco aprendo i lavori del Consiglio permanente della Cei, ma deve evitare l’«autolesionismo». Il governo Monti è un «esecutivo di buona volontà, autonomo non dalla politica ma dalle complicazioni ed esasperazioni di essa…». I partiti devono fare la loro parte soprattutto sulle «riforme», devono «riscattarsi» e lasciare da parte la «denigrazione sistematica» e le polemiche esasperate. «Va da sé che, dal punto di vista etico, – spiega Bagnasco – non possa esserci sospensione della responsabilità della politica, che il Parlamento affida al Governo in ragione del mandato ricevuto dal corpo elettorale». Il «mandato certo in sé non abdicabile: per questo – rileva Bagnasco – è irrinunciabile che i partiti si impegnino per fare in concomitanza la propria parte, in ordine a riforme rinviate per troppo tempo tanto da trovarsi ora in una condizione di emergenza. Non devono fare gli spettatori, ma devono attivarsi con l’obiettivo anche di riscattarsi, preoccupati veramente solo del bene comune, quasi nell’intento di rifondarsi su pensieri lunghi e alti, lasciando per strada la lotta guerreggiata sotto mentite spoglie, la denigrazione sistematica, le polemiche esasperanti e inconcludenti». La politica è «debole e sottomessa» di fronte a «coaguli sovranazionali potenti e senza scrupoli» e «sembra che i grandi della terra non riescano a imbrigliare il fenomeno speculativo». Ma la politica deve regolare la finanza, «moderno moloch» perché serva il «bene comune, non la speculazione», sottolinea ancora Bagnasco analizzando le radici della «crisi economica», e denunciando «il formarsi di coaguli sovrannazionali talmente potenti e senza scrupoli, tali da rendere la politica sempre più debole e sottomessa. Mentre invece dovrebbe essere decisiva, se la speculazione non avesse deciso di tagliarla fuori e renderla irrilevante, e quasi inutile». «Al di là di ogni ventata antipolitica, – commenta Bagnasco – va detto che la politica è assolutamente necessaria, e deve mettersi in grado di regolare la finanza perché sia a servizio del bene generale e non della speculazione. Non è possibile vivere fluttuando ogni giorno nella stretta di mani invisibili e ferree, voluttuose di spadroneggiare sul mondo. Sembra, invece, che i grandi della terra non riescano ad imbrigliare il fenomeno speculativo; che giochino continuamente di rimessa, sperando ogni volta di scamparla alla meno peggio, ma è un’illusione: prima o poi arriva il proprio turno, e ci si trova in ginocchio come davanti ad un moderno moloch di non decifrabile direzione». Perché i «sacrifici» che gli italiani stanno compiendo non si rivelino «inutili», occorre «risanare e crescere», «creare lavoro ma anche conservare il nostro patrimonio di eccellenze che è riconosciuto nel mondo», dice ancora il cardinale invitando, di fronte alla crisi, a «creare consapevolezza fresca attorno a ciò che nel frattempo non ha smesso di funzionare». In Italia è necessario riequilibrare la spese in termini di «equità reale» e al contempo è importante «metter mano al comparto delle entrate attraverso un’azione di contrasto seria, efficace, inesorabile alle zone di evasione impunita, e ai cumuli di cariche e di prebende», queste le indicazioni di Bagnasco alla politica al fine di «cooperare attivamente con il Governo» e per «avere strutture e dinamiche più essenziali ed efficienti, lontane da sprechi e gigantismi». La Chiesa «non può e non deve coprire auto-esenzioni improprie»: «evadere le tasse è peccato» e «per un soggetto religioso è addirittura motivo di scandalo», evidenzia Bagnasco ribadendo che anche a proposito dell’Ici la Chiesa in Italia «non chiede trattamenti particolari» ma che le si applichino le norme che regolano il non-profit. «Ho già avuto modo di precisare che, per quanto concerne l’Ici, – precisa Bagnasco – la Chiesa in Italia non chiede trattamenti particolari, ma semplicemente di aver applicate a sé, per gli immobili utilizzati per servizi, le norme che regolano il no profit. I Comuni vigilino, e noi per la nostra parte lo faremo: ci piacerebbe solo non si investissero tempo e risorse in polemiche che, se pur accettiamo in spirito di mortificazione, finiscono per far sorgere sospetti inutili e, in ultima istanza, infirmare il diritto dei poveri di potersi fidare di chi li aiuta».
NOSTRO COMMENTO: Cardinal Bagnasco! Se evedere le tasse è peccato, allora vada a pagarle!
Apprendiamo da Prof. Alessio Di Benedetto che:
“UN VESCOVO GUADAGNA 13 MILA EURI MENSILI, BELLA ONESTA’. Se si rastrellassero ogni anno i 13 miliardi di euro che un sottogoverno confessionale continua a donare alla Città del Vaticano, sottraendoli con la menzogna dalle tasche della povera gente, se si recuperassero tutti gli introiti dell’ICI (il valore degli immobili vaticani ammonta per difetto a 30 miliardi di euro), la smetteremmo di parlare di debito pubblico (altra bufala) , di crisi delle pensioni, di tagli ai rinnovi contrattuali, alla sanità, alla scuola pubblica, all’arte, alla musica e allo spettacolo… Grazie a Berlusklaun il Vaticano, il più ricco Stato del Mondo, non paga più neppure l’ICI, i suoi monumenti privati sono ristrutturati con le tasse imposte ai lavoratori italiani, e gli istituti cattolici sono finanziati con i soldi di noi tutti, non con le offerte dei fedeli o delle aziende di Berlusconi, abbastanza ricche da permetterselo. Siamo il solo caso nel mondo in cui una popolazione multirazziale e multiconfessionale deve obbligatoriamente versare i propri contributi per farsi indottrinare. Atei, non credenti, agnostici, musulmani, ebrei, protestanti ed induisti, le cui tasse statali sono devolute molto benignamente ad una ideologia religiosa che li combatte accanitamente e che se potesse tornerebbe ad accendere nuovi roghi! È come se gli Italiani – il paragone non vi sembri forzato – fossero costretti a finanziare l’Iran per lasciarsi plagiare: è la stessa identica cosa, anche se sembra assurda. Ma come ha detto qualcuno: “Il Vaticano è uno stato! L’Italia no!”. DIMENTICAVO: I VESCOVI GUADAGNANO 13 MILA EURI IL MESE.”Che vergogna!
L’oblio digitale è un diritto? Intervista a Guido Scorza
Fonte: blogvoglioscendere
Inizia il prossimo 1 Febbraio al Parlamento europeo l’iter dei due provvedimenti che mirano a tutelare la privacy degli utenti del web, garantendone il ‘diritto all’oblio’. Le norme, volute dalla commissaria Viviane Reding, suscitano già dubbi e perplessità. Dunque, anche giganti come Google e Facebook dovranno adeguarsi alla normativa, oppure è una battaglia già persa?
“La nuova disciplina che l’Unione Europea è intenzionata a varare, sebbene non se ne conoscano ancora i dettagli, riguarderà evidentemente tutti i fornitori piccoli e grandi di servizi on line e allo stesso modo tutti i soggetti che ospiteranno contenuti di terzi anche sui propri blog, sulle proprie piattaforme di condivisione del contenuto. Che questo possa bastare per cambiare le regole tecnologiche e culturali di stratificazione dell’informazione on line, lo scopriremo strada facendo. Ma in questa fase è almeno lecito dubitarne.”
Come commenta le anticipazioni dei regolamenti? Sembra che certe norme valgano solo per il mondo digitale…
“L’impressione in questo momento, non conoscendo le singole disposizioni della nuova disciplina europea, è che una certa tecnofobia possa avere guidato la mano del legislatore dell’Unione Europea, che sembra fare fatica a comprendere che le nuove tecnologie sono protagoniste di una rivoluzione culturale. Nel tempo, realisticamente, ci abitueremo a convivere con una memoria più lunga da parte della Rete e allora non è detto che la cosa più auspicabile sia quella di una legge che ordini, ammesso che sia possibile a Internet di dimenticare. Magari diventeremo persone migliori e la società sarà migliore anche perché tutti quanti saremo costretti, strada facendo, a fare i conti con il nostro passato. Bisogna stare secondo me molto attenti a introdurre regole diverse per il digitale rispetto al vecchio mondo degli atomi, e soprattutto a pretendere di governare rivoluzioni così importanti come quella che stiamo vivendo in questo periodo a colpi di norme che affondano le loro radici in tradizioni del passato.”
La questione della data portability sembra più materia di Antitrust. L’auspicio è che l’identità digitale delle persone diventi indipendente dalle major…
“Sono assolutamente convinto che il cuore del problema sia una ragione di carattere di mercato, di antitrust, di quello stiamo discutendo anche se la porta di ingresso è quella della nuova disciplina sulla privacy. Trovo sacrosanto che nel momento in cui si discute della proiezione dell’identità personale in digitale, io debba rimanere tanto padrone della mia identità da poterla tirare fuori da una banca on line e presentarla in una diversa banca on line. Quindi è corretto ipotizzare che qualsiasi scelta da parte dell’utente non sia irreversibile e che io possa in ogni momento cambiare il mio fornitore di servizi on line e chiedere indietro i miei dati e trasferirmi altrove. E’ una conquista dell’era moderna quando si parla di servizi finanziari e di servizi di comunicazione, di telecomunicazione: dopo la number portability, nel suo piccolo, non vedo perché non dovremmo cominciare a ragionare anche di una data portability grazie alla quale, nel tempo, la mia volontà di essere presente su una piattaforma possa essere rivista a favore di un’altra piattaforma. E’ un beneficio per il mercato e soprattutto per i cittadini digitali, che potranno sentirsi di nuovo liberi di viaggiare nello spazio telematico portando con loro per quanto possibile sotto il profilo tecnologico tutti i frammenti della loro identità.”
Quali scenari si delineano se la nuova normativa venisse approvata?
“Ci sono sicuramente enormi vantaggi legati se non altro all’uniformità di questa disciplina nei diversi paesi dell’Unione. Il contesto attuale è oggettivamente incompatibile con la natura promozionale di Internet: è impensabile che nel nostro navigare attraverso piattaforme on line si debba fare i conti con un sistema normativo così frastagliato come quello attuale in materia di privacy. Tuttavia, a mio avviso, ci sono anche dei rischi dietro l’angolo che sono legati a questa idea di onnipotenza e soprattutto di supremazia rispetto alle tecnologie e alle rivoluzioni culturali che da sempre accompagna il legislatore. Internet è un fiume in piena, che si arricchisce ogni giorno di nuovi affluenti che provengono da ogni parte del globo. Bisogna fare enorme attenzione a evitare di ergere degli argini normativi che sono destinati a crollare rovinosamente producendo effetti pericolosi per tutti, perché potremmo ritrovarci, nel vecchio continente, a essere confinati su un’isola analogica, mentre magari il mondo intorno va più veloce. Il tema del diritto all’oblio va affrontato davvero con le pinze, non esistono posizioni precostituite e soprattutto dal mio punto di vista non si può pensare banalmente a un’equazione uno a uno, per cui se ieri ricordavamo poco, anche nel mondo di domani dovremo necessariamente ricordare poco. Attenzione a profetizzare delle amnesie di massa o collettive o delle iniezioni di amnesia per la Rete, molti dei dati che sono on line sono destinati a restare on line perché attraverso quei dati gli uomini del futuro leggeranno e apprenderanno la nostra storia che non sarà più scritta sui libri di carta.” NOSTRO COMMENTO: Vediamo di chiarire al lettore cosa sia l’oblio digitale ed il data portability. altrimenti, leggendo il superiore articolo non capirà niente. All’ uopo soccorre Wikipedia: wikipedia Il diritto all’oblio è una particolare forma di garanzia che prevede la non diffondibilità di precedenti pregiudizievoli, per tali intendendosi propriamente i precedenti giudiziari di una persona. In base a questo principio, non è legittimo diffondere dati circa condanne ricevute o comunque altri dati sensibili di analogo argomento, salvo che si tratti di casi particolari ricollegabili a fatti di cronaca. Questa garanzia è variamente riconosciuta ed applicata a seconda degli ordinamenti. In Italia questo principio si concretizza in alcune pronunce dell’authority per la privacy. Il progetto DataPortability si propone di trovare una soluzione al problema, sempre più sentito, del controllo e del trasferimento, tra siti diversi, dei dati personali degli utenti. DataPortability intende raggiungere questi ed altri obiettivi senza inventare nuovi standard ma coordinando quelli esistenti. Con l’intensificarsi dell’utilizzo di piattaforme di social web, si moltiplicano i luoghi in cui gli utenti depositano dei loro dati personali come i loro profili, le loro fotografie, i loro filmati o semplicemente l’elenco dei loro amici. Una volta inseriti questi dati, si pongono una serie di problemi relativi alla loro proprietà ed al loro sfruttamento: di chi sono questi dati, che diritti possono rivendicare le società proprietarie dei siti in cui sono inseriti, vi sono eventuali diritti da parte loro anche dopo che l’utente ha abbandonato il sito? Queste ed altre questioni hanno portato gli utenti ad interrogarsi, a cercare delle risposte, sia etiche che tecniche. Il progetto è stato avviato nel novembre 2007 da Chris Saad e Ashley Angell di Faraday Media e già dal gennaio successivo, si susseguono le manifestazioni di interesse le adesioni da parte di aziende leader: l’8 gennaio Google, Facebook e Plaxo fanno il primo annuncio [1], seguono Drupal, Netvibes e Mystrands [2], LinkedIn, Flickr, Six Apart e Twitter [3], ed infine Digg [4] e Microsoft [5]. Inoltre, in un’intervista anche Mozilla [trovare referenza] lascia intendere di tenere d’occhio il progetto e non esclude di aderirvi. Portabilità dell’accesso [modifica] Perché ogniqualvolta voglio accedere ad un nuovo sito o servizio in Internet bisogna richiedere la creazione di un utente e di una password? Perché devo ogni volta verificare la disponibilità del nome utente a, se già utilizzato da un altro utente, inventarmene uno per l’occasione? Perché non utilizzare direttamente l’email, o un altro nome utente univoco e assegnato in modo definitivo a me? A questi, ed altri problemi, si rivolge lo standard OpenID, che viene utilizzato dal progetto DataPortability. Portabilità dell’identità [modifica] Perché ad ogni sito a cui accediamo dobbiamo reinserire tutti i dati relativi al nostro profilo come: nome, cognome, età, indirizzo, fotografia,…? DataPortability utilizza hCard per esporre tali informazioni senza doverle fornire nuovamente ad ogni nuovo accesso. Portabilità della rete sociale [modifica] Questo è probabilmente uno dei campi attorno al quale vi è maggiore attesa. Infatti, per ogni sito in cui creiamo un profilo, molta cura ed attenzione viene posta sull’elenco dei nostri amici e sulla rete attraverso la quale riusciamo a tenerci in contatto con loro, a comunicare con loro, a sapere dove sono e cosa fanno. Quando creiamo un nuovo profilo, sempre più spesso ci viene offerta la possibilità di importare questi elenchi da altri siti, ma questo solo fornendo le nostre credenzaili di accesso, aprendo un problema di sicurezza e di fiducia nei confronti del nuovo sito. Per ovviare a questo problema, DataProtability propone di sfruttare i microformat, XFN, FOAF e Resource Description Framework (RDF). Portabilità dei centri di interesse [modifica] Nell’utilizzo dei siti, spesso l’utente dichiara i propri interessi oppure questi vengono dedotti dal suo comportamento online (pagine visitate, parole chiave cliccate, acquisti fatti,…). Questi dati vengono memorizzati in file APML. DataPortability intende utilizzare tale formato per facilitare lo spostamento di tali informazioni ed ottenere servizi più mirati. Gestione delle autorizzazioni [modifica] Qualora dovessimo centralizzare i nostri profili, non sarebbe opportuno dare libero accesso a tutte le informazioni ivi contenute? Infatti, ad alcuni siti potremmo dare solo il nome ed il paese di provenienza, ad altri invece potremmo invece impedire solamente l’accesso alla nostra rete di amici lasciando libero accesso alle altri informazioni. Una soluzione sarebbe avere un profilo per ogni tipo di utilizzo, ma una soluzione migliore è dare dei permessi personalizzati per sito e per singola informazione. In questo modo il sito X accederà ad un set ristretto di informazioni personali ed invece il sito Y avrà accesso completo. Questo sarà realizzato tramite lo standard OAuth.