C O N T R O P E L O

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Il corvo della Santa Sede sarebbe il maggiordomo del Papa


Arrestato il ‘corvo’, è il maggiordomo Il Papa: “Addolorato e colpito”

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Il portavoce vaticano: “Gendarmeria ha individuato una persona in possesso illecito di documenti riservati che ora è a disposizione della magistratura vaticana”. Voci vicine alla Santa Sede confermano che si tratta di Paolo Gabriele, “aiutante di camera” della famiglia pontificia, ora in stato d’arresto

Fonte: Repubblica.it

CITTA’ DEL VATICANO – Alla fine, il colpevole è il maggiordomo. Come in un romanzo ‘giallo’, è stato trovato in possesso di documenti riservati e ora è in stato d’arresto Paolo Gabriele, “aiutante di camera” della famiglia pontificia, sospettato di essere, dalla Gendarmeria vaticana, il ‘corvo’ della Santa Sede, quello che, dopo aver trafugato documenti segretissimi, li avrebbe fatti arrivare a Gianluigi Nuzzi per la stesura del libro ‘Sua Santità’ 1. L’uomo è ora a disposizione del promotore di giustizia vaticano, Nicola Picardi. Lo ha reso noto il vice direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Ciro Bendettini. Era stato padre Federico Lombardi, un’ora prima, ad annunciare che l’indagine della Gendarmeria vaticana sulla diffusione di documenti segreti “ha permesso di individuare una persona in possesso illecito di documenti riservati”.

Informato dell’arresto, il Papa si è detto “addolorato e colpito”, riferisce una fonte vicina a Ratzinger, che ha sottolineato come “si tratti di vicende dolorose” e come il Pontefice, “consapevole della situazione” mostri “partecipazione”.

Il giorno dopo la decisione del Consiglio di sovrintendenza dello Ior di sfiduciare il presidente della Banca della Santa Sede, Ettore Gotti Tedeschi, 2 con l’accusa di non aver svolto funzioni di primaria importanza per il suo ufficio, Lombardi, in evidente riferimento a ‘Vatileaks’, ha annunciato: “Questa persona si trova ora a disposizione della magistratura vaticana per ulteriori approfondimenti”. Ieri peraltro, sempre da ambienti vaticani, era filtrata anche l’ipotesi che il ‘corvo’ fosse proprio Gotti Tedeschi.
 
Le indagini della Gendarmeria vaticana, ha precisato il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, sono state svolte “secondo istruzioni ricevute dalla Commissione cardinalizia e sotto la direzione del promotore di Giustizia”. La Commissione cardinalizia è composta dai cardinali julian Herranz, Josef Tomko e Salvatore de Giorgi.

Ingente mole di documenti. Una mole ingente di documenti riservati è stata trovata dalla Gendarmeria Vaticana in un appartamento di via di Porta Angelica, dove abita con la moglie e i tre figli Paolo Gabriele, l’assistente di camera, cioè il maggiordomo, di Benedetto XVI. Romano, poco più che 40enne, l’uomo lavora nell’appartamento pontificio dal 2006, ed è stato inserito nella Famiglia del Papa dopo essere stato a servizio del prefetto della Casa Pontificia, monsignor James Harwey. Ieri pomeriggio Gabriele è stato prima fermato dagli agenti comandati dall’ispettore generale Domenico Giani e poi interrogato dal promotore di giustizia, Nicola Picardi, che lo ha dichiarato in arresto. Anche se qualcuno ora si domanda in Vaticano se si tratti del ‘corvo’ o di un ‘capro espiatorio’, sembra molto difficile che l’arresto sia stato compiuto con leggerezza trattandosi di un ‘familiare’ del Papa.

Chi è ‘Paoletto’. Quarantasei anni, romano, sposato con figli, già al servizio di Giovanni Paolo II quando “aiutante” di camera era lo ‘storico’ Angelo Gugel, a cui è subentrato, Paolo Gabriele, come ‘maggiordomo’ del Papa è, assieme alle Memores domini, il laico più vicino al Pontefice. Riservato, sempre molto elegante, soprannominato “Paoletto”, Gabriele è una persona molto conosciuta in Vaticano. Si tratta di una figura che per i compiti che le sono assegnati, e per i quali è affiancato da due “domestici”, si muove come una vera e propria ombra alle spalle del Papa ed è parte della cosiddetta ‘famiglia pontificia’. Il suo ruolo, inoltre, prevede la cittadinanza vaticana e infatti vive con la famiglia in una palazzina all’interno della Mura Leonine, nella zona residenziale dello Stato. Già fin dalle prime ore del mattino, l’aiutante di camera compare nella stanza del Pontefice per aiutarlo a vestirsi e partecipa alla messa che il Papa celebra in forma privata nella Cappella dell’Appartamento. L’aiutante lo segue poi negli appuntamenti della giornata, come le udienze pubbliche e private. Tra i suoi compiti, anche quello di servire il Pontefice al momento del pranzo quando, non di rado, egli stesso siede poi alla tavola di Benedetto XVI per consumare i pasti. Alla sera, prepara la stanza da letto del Pontefice e si congeda quando Ratzinger si ritira nel suo studio. Inoltre, assiste il Papa anche durante i viaggi. Proprio per il suo ruolo, ha accesso a tutte le “chiavi” che aprono porte, scale e ascensori tra i più riservati del mondo.

Dalla scrivania del Papa al libro di Nuzzi, le carte segrete di Vatileaks. Lettere top secret indirizzate al Papa e al segretario particolare, Georg Ganswein. Documenti riservati sul caso Boffo, su Emanuela Orlandi, su incontri privati di Benedetto XVI. Carte che dalla scrivania del Papa sono finite nelle pagine del libro ‘Sua Santità’ del giornalista Gianluigi Nuzzi. Si scoprono equilibri di potere, rapporti diplomatici della Santa Sede, consigli rivolti al Papa da alti prelati. In un fax inviato al segretario particolare del Pontefice, l’ex direttore di Avvenire parla di un particolare “retroscena”: a trasmettere all’ex direttore del Giornale, Vittorio Feltri, il “documento falso” sul procedimento per molestie a carico di Boffo “è stato il direttore dell’Osservatore Romano, professor Gian Maria Vian, il quale non solo ha materialmente passato il testo della lettera anonima, ma ha dato ampie assicurazioni che il fatto giudiziario da cui quel foglio prendeva le mosse riguardava una vicenda certa di omosessualità”. L’ex direttore di Avvenire si lascia andare a ipotesi su chi possa essere stato in Vaticano ad aver ordito il complotto e, nella lettera inviata a Georg, tira in ballo il segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Tra le lettere e gli appunti segreti rivelati a Nuzzi dalla “gola profonda” in Vaticano, c’è anche una nota scritta in occasione di una cena di Benedetto XVI con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e sua moglie Clio, in cui il capo dello Stato è indicato come interlocutore anche su temi come la famiglia, nonostante sia “sposato con rito civile”. In altri documenti si parla di temi fiscali, come la questione dell’Ici, fino a toccare lo scandalo del San Raffaele.

NOSTRO COMMENTO: Ripetiamo quello che abbiamo scritto in altri commenti:”….. Noi ci chiediamo con molto stupore nei riguardi della Chiesa: “errare humanum est perseverare autem diabolicum” Ha dimenticato forse il Vaticano il gran rumore che ha destato la pedofilia nell’ambito della Chiesa e nell’opinione pubblica mondiale, cattolici compresi, tanto che ha dovuto intervenire direttamente il Santo Padre con mano pesante per cercare di coprire gli scandali ancor oggi latenti? Sarebbe stato certamente più proficuo stanare il clero marcio ed affidarlo ai competenti tribunali ecclesiastici e civili per il seguito di competenza, indennizzando opportunamente le vittime del clero deviato. Nascondere e proteggere per lunghissimo tempo i preti pedofili e gli scandali non è stato di alcun giovamento alla Chiesa. Ha generato solo un mare di sospetti che a, tutt’oggi, non si placano. In buona sostanza si vuol dire questo: se ci sono mele marce nell’ambito dell’alto clero bisogna fare immediatamente pulizia per evitare il ripetersi di ulteriori scandali. Avvedersi dei propri errori è indice di intelligenza. Perseverare nell’errore è indice di idiozia.”

 

La lunga crisi della Chiesa


Da Pacelli a Ratzinger  (27 maggio 2012)

di EUGENIO SCALFARI

La vecchia Italia affondò durante una giornata gonfia di tempesta e di presagi, nell’autunno del 1958: Papa Pio XII moriva in mezzo a una corte disfatta di cardinali decrepiti, di astuti procacciatori d’affari, di monache fanatiche, di nipoti parassiti. Nel palazzo papale di Castel Gandolfo, mentre il temporale gonfiava le acque del lago e lo scirocco spalancava le imposte e si ingolfava tra le tende e nei corridoi, dignitari laici ed ecclesiastici si preparavano a sgombrare. Ciascuno cercava di portar via, anche fisicamente, quanto più poteva; ma soprattutto ciascuno brigava per conservare qualche beneficio; una carica lucrosa, una fetta, per piccola che fosse, di quel potere che fino a quel momento da oltre dieci anni era stato amministrato senza scrupoli e senza concorrenze. L’affanno era visibile dovunque, nelle sale di ricevimento, nelle anticamere e fino intorno al letto del moribondo che, già in agonia, veniva impudicamente fotografato dal suo medico e dalla sua suora assistente, con la cannula dell’ossigeno in bocca, e i tratti del volto devastati dalle ombre della morte. Non era l’affanno della pietà; era l’affanno della cupidigia e della paura perché tutti sapevano, entro il palazzo, che non moriva un Papa ma finiva un regno.

Nel salotto privato del Papa, circondato dai porporati più anziani e potenti, dai capi del Sant’Uffizio, delle Missioni, del Tesoro, dei Seminari, il Camerlengo della Chiesa rappresentava l’ultimo anello d’una continuità che stava per spezzarsi definitivamente. Aveva, come sempre, un volto assolutamente inespressivo; non era un uomo ma una carica, una funzione, una pausa del cerimoniale. Ma intorno a quella carica e all’uomo che ci stava dentro si andava tessendo proprio in quelle ore e in quel luogo la trama del conclave. Aloisi Masella, il Camerlengo, fu il primo e forse decisivo mediatore insieme ad Agagianian, il prefetto di propaganda Fide, tra il gruppo dei cardinali stranieri e i curiali. Cominciò di lì la ricerca che si sarebbe conclusa qualche settimana dopo sotto le volte della Sistina con un risultato che avrebbe sconvolto tutti i programmi, di un terzo uomo, un Papa che avrebbe dovuto essere al tempo stesso abbastanza pastorale per assorbire le irrequietezze della cattolicità, abbastanza diplomatico per non dimenticare le leggi del potere, abbastanza umile per restituire al Collegio e agli Episcopati le prerogative che Pacelli aveva confiscato. E abbastanza vecchio per non durare troppo a lungo.

Quando in quell’alba di tuoni e di vento il medico del Papa, Galeazzi Lisi, ne ebbe dichiarato la morte clinica, dignitari, curiali, camerieri segreti, banchieri, politici, fuggirono verso Roma su grandi automobili nere per preparare l’incerto avvenire. Uno stuolo di corvi abbandonava le strutture corrose d’un luogo dal quale una monarchia assoluta aveva governato un paese.

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Il brano che avete letto è tratto da un mio libro intitolato L’autunno della Repubblica del 1969, nel pieno del movimento studentesco. Il capitolo qui citato s’intitola “La fine d’un regno” e racconta appunto la morte di Papa Pacelli, Pio XII, che impersonò per lunghi anni la Chiesa trionfante e combattente che conteneva però fin da allora quella crisi sistemica di cui parla il cattolico Alberto Melloni, uno degli storici della Chiesa più accreditati in questa materia.
Gli avvenimenti in corso segnano il momento culminate di questa crisi: la destituzione di Gotti Tedeschi dalla guida dello Ior, l’arresto del maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele, la sorda lotta in corso tra le diverse fazioni curiali e anticuriali, la posizione sempre più traballante del Segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Infine, la disperazione di Papa Ratzinger, chiuso nelle sue stanze e manifestamente incapace di tener ferma la barra in un mondo pervaso da cupidigie, ambizioni, complotti e contrastanti visioni della Chiesa futura.
Non mi occuperò tuttavia delle inchieste in corso, che il nostro giornale ha già ampiamente trattato in questi giorni e ancora oggi con tutti gli aggiornamenti di cronaca. Mi interessa invece – e spero interessi i nostri lettori – di dare un’occhiata di insieme ai pontificati che si sono susseguiti da Pacelli a Ratzinger. Sono stati attraversati tutti dal filo rosso del confronto tra la Chiesa e la modernità. Perciò questi pontificati meritano una speciale attenzione per capire quale sia l’essenza di questa crisi sistemica che avviene sotto i nostri occhi.

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Il conclave che elesse Giovanni XXIII venne dopo la monarchia assoluta ma molto avveduta di Pio XII, un diplomatico per eccellenza che governò la Chiesa in tempi durissimi, con la guerra in corso e poi a guerra finita con la ricostruzione della democrazia e il governo della Dc degasperiana.
Pacelli ebbe tutti i difetti e tutte le qualità dei grandi pontefici. Abbiamo detto che eccelse nelle capacità diplomatiche e lo dimostrò ampiamente, soprattutto nel tormentatissimo periodo dell’occupazione nazista di Roma. Ma non mancava di pastoralità e neppure di grandi capacità sceniche. È ancora negli occhi di tutti i suoi contemporanei la sua visita al quartiere di San Lorenzo in Roma distrutto dal bombardamento americano, dove la sua veste bianca fu macchiata di sangue quando s’inoltrò tra le rovine per benedire i morti e soccorrere i feriti ancora distesi nelle strade devastate.

Il partito conservatore era anche allora asserragliato in Curia. Il Papa si guardò bene dal disperderlo, anzi lo rafforzò purché si sottomettesse. Decideva lui quando era il caso di farlo emergere o di farlo tacere. Del resto chi parlava per lui era il gesuita padre Lombardi, detto “il microfono di Dio” che combatteva i socialcomunisti a spada sguainata. Un’altra spada era nelle mani di Gedda e dei comitati civici che sconfessavano addirittura la politica di De Gasperi che non fu più ricevuto in Vaticano in udienza privata.

Ma Pacelli era anche nepotista nel senso classico e familista del termine. Era un principe e come tale si comportò e come tutti i principi indulse anche al populismo: riceveva ogni sorta di categorie della società civile: medici, avvocati, giornalisti cattolici, ciclisti e calciatori, casalinghe, poliziotti e militari, attori e operai, imprenditori e barbieri. Il populismo di Berlusconi fa ridere rispetto a quello di Pio XII che ora è in predicato di santità.

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Papa Giovanni fu l’esatto contrario sia pure con alcuni condizionamenti. Fu eletto con una condizione: che restituisse alla Curia la sua indipendenza funzionale. A questo mandato si tenne fedele ma i curiali non avevano messo in conto che il Papa era comunque in grado di procedere a nuove nomine quando la morte avesse aperto vuoti nella gerarchia. C’era bisogno d’un Papa soprattutto pastorale e lo ebbero nel senso più pieno della parola. Giovanni fu molto più pastore che Romano Pontefice. Il fisico lo aiutava e l’eloquio anche ma soprattutto lo aiutò l’anima sua o se volete lo Spirito Santo. Amava i bimbi, le mamme, la famiglia, i poveri, gli esclusi.

Richiamò Montini alla Segreteria di Stato e convocò il Concilio Vaticano II dove affluirono i vescovi di tutto il mondo cattolico. Era passato un secolo dal Vaticano I che si radunò a poca distanza di tempo dalla fine del potere temporale dei Papi. Lì fu proclamato il Papa-Re, infallibile quando parla dalla cattedra, e fu elevata a dogma la verginità di Maria.

Il Vaticano II proclamò invece la necessità che la Chiesa si confrontasse con la modernità. Fu una rivoluzione, avviata ma ovviamente non compiuta. Fu la scelta d’un tema che doveva essere portato avanti a cominciare dalla modernizzazione della Chiesa, lo sconvolgimento della liturgia, la messa recitata nelle lingue correnti e non più in latino, col sacerdote rivolto ai fedeli e non più di spalle; l’apertura del dibattito sul ruolo dei laici e delle donne. Infine, il disinteresse del Vaticano nei confronti della politica italiana e quindi l’autonomia dei cattolici impegnati.
Ma su un punto i curiali avevano visto giusto: nel suo quarto anno di pontificato il Papa si ammalò, nel quinto anno morì.

Ricordo ancora i funerali: una folla immensa che dalla piazza arrivava al Tevere ed oltre, tutte le vie gremite da piazza Cavour e da Villa Pamphili, tutto Borgo Pio. Un Papa come lui non si era visto da gran tempo e non s’è più visto da allora.

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Poi venne Montini. Di dire che ebbe qualità pastorali sarebbe dir troppo. Diplomatico, certo. Di populismo neppure l’ombra. Fu un politico, forse fin troppo. Ma non conservatore.
Il confronto con la modernità non lo portò avanti ma impedì che ci fossero ulteriori arretramenti. Fu un pontificato con fasi drammatiche in quegli anni di piombo culminati con l’assassinio di Aldo Moro, del quale officiò la messa funebre in Laterano.
Fu un Papa di interregno.

Forse Papa Luciani aveva con Papa Giovanni qualche lontana somiglianza ma morì dopo appena un mese. Dopo di lui salì in cattedra un cavallo di razza, un grande, grandissimo attore. Non so se la Chiesa avesse bisogno d’un attore, ma lui lo fu dalla testa ai piedi, nel momento dell’elezione, nel momento dell’attentato, nel momento della rivoluzione in Polonia, nel momento della caduta del Muro, nei suoi viaggi continui intorno al globo, nel Giubileo del 2000 e nella lunga fase della malattia e poi della morte.

Quando il Camerlengo pronunciò il suo nome dopo la fumata bianca dal camino della Sistina, tutta la piazza pensò che avessero eletto un Papa africano. Solo quando si affacciò si capì che era un bianco ma non italiano. “Se mi sbaglio mi corrigerete” ricevette un’ovazione da stadio e così cominciò.
Fino a Solidarnosc e poi alla caduta del Muro di Berlino, Wojtyla fu il Papa della libertà religiosa contro il totalitarismo comunista. In Occidente ebbe l’appoggio dei conservatori, dei liberali, dei democratici. Caduto il comunismo accentuò la sua critica verso il capitalismo ma contemporaneamente represse la “nuova teologia” e l’esperienza dei preti operai. L’indifferenza nei confronti dell’assassinio del vescovo Romero mentre officiava la messa in Salvador fu una delle pagine sgradevoli del suo pontificato, compensata tuttavia dalla sua peregrinazione ininterrotta in tutti gli angoli del mondo dove gli fu possibile arrivare.

Tentò d’avviare la riunificazione delle Chiese cristiane senza tuttavia compiere passi avanti significativi. Riconobbe le colpe storiche della Chiesa a cominciare dall’accusa di deicidio contro gli ebrei e dalla condanna di Galileo e di Giordano Bruno.

L’agonia fu molto lunga e scenicamente grandiosa. Non certo per calcolo ma per autentica vocazione. “Santo subito” fu l’invocazione della folla immensa che anche per lui occupò mezza città.
Un bilancio? I problemi della Chiesa alla sua morte erano gli stessi: potere della gerarchia, emarginazione del popolo di Dio, crisi delle vocazioni, crisi della fede in tutto l’Occidente, nessuna modernizzazione all’interno della Chiesa. Ma una modifica sì, si era nel frattempo verificata: il messaggio del Vaticano II non solo non aveva fatto passi avanti, ma li aveva fatti all’indietro. Non a caso al Conclave i martiniani furono marginalizzati fin dalla prima votazione e dalla seconda emerse Ratzinger mentre Ruini era pronto a intervenire se Ratzinger fosse stato battuto.

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Benedetto XVI non è un grande Papa anche se l’ingegno e la dottrina non gli mancano. Non è un attore, anzi è il suo contrario. Wojtyla aveva un guardaroba grandioso perché tutto era grandioso in lui. Il guardaroba di Ratzinger è invece lezioso perché è il Papa stesso ad esser lezioso, come si veste, come parla, come cammina. Scrive bene, questo sì, i suoi libri sul Cristo si fanno leggere, le sue encicliche non sono prive di aperture ed anche alcuni suoi discorsi. La sua rivalutazione di Lutero ha suscitato sorpresa e qualche speranza di progresso verso la modernità, contraddetto però dalle sue scelte operative, dalla conferma di Sodano in segreteria e poi all’avvicendamento con Bertone: dal mediocre al peggio. Bertone: un Ruini senza l’intelligenza e la duttilità dell’ex vicario ed ex presidente della Cei. La gerarchia è ridiventata onnipotente ma spaccata in molti pezzi. L’ecumenismo è ormai è un fiore appassito anzitempo.

Benedetto XVI ha riesumato in pieno la tomistica di Tommaso d’Aquino con tanti saluti ad Origene, Anselmo d’Aosta e Bernardo. Agostino sembrava uno degli ispiratori di Ratzinger, ma quale Agostino? Il manicheo, il coadiutore di Ambrogio o l’autore delle Confessioni?  Agostino fu molte cose insieme arrivando fino a Calvino, a Giansenio e a Pascal. Se volesse dire qualche cosa di veramente attuale Papa Ratzinger dovrebbe dare inizio alla beatificazione di Pascal ma mi rendo conto che nel mondo dei Bertone, della Curia romana e delle attuali Congregazioni, questo sì, sarebbe un gesto radicale verso la modernità. Non lo faranno mai.

Il pontificato lezioso andrà avanti finché potrà, poi non ci sarà il diluvio ma una pioggia da palude piena di rane, zanzare e qualche anitra selvatica. Quanto di peggio per tutti.

NOSTRO COMMENTO: E’ un gran bell’articolo.

Travaglio Servizio Pubblico 24 maggio 2012


Politici e frequentazioni mafiose (Marco Travaglio Servizio Pubblico 24 maggio 2012)

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Ddl Fornero è editto contro lavoratori. IdV dice ‘No’


 Ddl Fornero è editto contro lavoratori. IdV dice ‘No’

Fonte:IDV

 E’ in corso da questa mattina nell’aula del Senato la discussione generale sul controverso Disegno di legge di riforma del mercato del lavoro. Il dibattito, salvo chiusura anticipata della discussione, proseguirà fino alle 16 di oggi, mentre il termine per gli emendamenti è stato fissato per lunedì alle 17.

Un ddl, quello sostenuto dal ministro del Lavoro Fornero e dal governo, decisamente avversato dall’Italia dei Valori, perché va ad intaccare in maniera intollerabile i diritti dei lavoratori e non porta nessun beneficio al sistema produttivo del Paese e alla crescita.

Nel suo intervento in Aula, il senatore Elio Lannutti, Capogruppo dell’Italia dei Valori in Commissione Finanze, ha annunciato il voto contrario del partito: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro e non sui licenziamenti facili – ha dichiarato -. Il ddl Fornero vuole abrogare uno dei capisaldi dello Statuto dei lavoratori conquistato con quarant’anni di lotte, quell’articolo 18 della legge 300 che offre tutele di rango costituzionale. Per questo l’Idv non voterà questo vero e proprio editto del Governo contro i lavoratori”.

Il senatore ha richiamato l’attenzione sulla grave situazione in cui versa l’Italia: “I bollettini dei maggiori istituti di statistica nazionali ed europei forniscono il quadro tragico di un Paese in ginocchio: la disoccupazione giovanile sfiora il 36%, al Sud 23 famiglie su 100 sono povere, la pressione fiscale è a livelli spaventosi, gli stipendi medi italiani sono tra i più bassi d’Europa e dal 2008 il potere d’acquisto è crollato vertiginosamente.
L’unica ricetta da liberalismo d’accatto che i tecnici sanno trovare è quella di smantellare le garanzie che danno dignità al lavoro: lo stesso Ministro Fornero ha ammesso che la sua riforma avrà la finalità di rendere  più facili i licenziamenti, mentre firmava la proroga del collezionista di poltrone Mastrapasqua all’Inps e del re dei conflitti di interesse De Felice all’Inail. L’Esecutivo del professor Monti – ha sottolineato Lannutti – penalizza le fasce sociali più deboli e si scaglia contro i lavoratori onesti, mentre esenta le fondazioni bancarie dall’Imu e approva sanatorie per l’abuso di diritto dei banchieri. Questa riforma -  ha concluso – di fatto impedirà la ripresa del mondo produttivo, è l’ennesimo provvedimento scritto sotto dettatura dei poteri forti”.

Sulla riforma del lavoro è intervenuto anche Maurizio Zipponi, responsabile lavoro e welfare dell’IdV, che questa mattina era presente all’assemblea annuale di Confindustria.  “L’Italia dei Valori – ha dichiarato Zipponi – considera la relazione di Giorgio Squinzi (neopresidente degli industriali, ndr) un serio tentativo di riportare l’economia reale al centro dell’iniziativa del governo che, invece, è impegnato solo a difendere gli interessi delle banche”.

“Squinzi – ha detto ancora l’esponente IdV – ha affrontato le questioni aperte in Italia per uscire dalla crisi, sottolineando che l’impegno di Confindustria è quello di mettere al centro il lavoro, promuovendo valori di solidarietà e di rispetto della persona”.

Zipponi ha evidenziato che “le critiche che il nuovo presidente degli industriali ha rivolto alla riforma del lavoro sono l’ennesima conferma degli errori commessi dal ministro Fornero e da Monti. L’esecutivo sta bloccando il Parlamento, costringendolo a discutere una legge che, con la modifica dell’articolo 18, servirà solo ad avallare i licenziamenti facili. In 40 pagine di relazione, infatti, Squinzi non ha mai citato l’articolo 18 né come problema da risolvere, né come soluzione alla crisi”.

“L’IdV  - ha concluso Zipponi – chiede di ritirare questa inutile e ingarbugliata riforma e di mettere all’ordine del giorno dei lavori parlamentari una legge sulle assunzioni facili che accolga i punti fondamentali elencati oggi da Confindustria: sburocratizzazione e pagamenti della pubblica amministrazione, riduzione della pressione fiscale sui lavoratori e sulle aziende, accesso al credito per le piccole e medie imprese”.

Leggi anche: Lavoro, la storia che avremmo voluto raccontarvi

SANTORO SERVIZIO PUBBLICO 10_05_2012


SANTORO SERVIZIO PUBBLICO 10_05_2012

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Ventitreesima puntata di Servizio Pubblico, la trasmissione multipiattaforma di Michele Santoro, intitolata “L’anno del Grillo”.È dedicata a Beppe Grillo e non solo, l’ultima puntata di Servizio Pubblico, a pochi giorni dalle elezioni amministrative, che hanno visto affermarsi le liste di Beppe Grillo, con il crollo di Pdl e Lega Nord. Si parla di Italia, con Bersani che intervistato dai giornalisti di Servizio Pubblico, commenta la vittoria del Movimento Cinque Stelle tentando di sopire le polemiche che lo vogliono preoccupato per il successo dei grillini: «Non faccio la guerra a Grillo», dice. E se lo scenario politico appare incerto, ciò che emerge dal dibattito in studio è l’incertezza economica.

Per l’europarlamentare Sergio Cofferati si tratta di «prendere atto del disagio sociale e guardare oltre la finanza». D’accordo sugli “errori” del mondo finanziario anche l’ex ministro Giulio Tremonti, che però ricorda sarcastico «Quando c’eravamo noi, lo spread andava meglio». E se il giornalista di Repubblica Federico Rampini ricorda i riflessi che il ritiro dalla Grecia dall’euro può avere su tutta l’Europa, in un servizio la sorella di Antonio Di Pietro, Concetta, spiega la sua ricetta per la crisi, dopo che il fratello Di Pietro l’aveva definita meglio di Monti. «Contro la crisi, può solo il buonsenso». (Tratto da http://www.tvdigitaldivide.it/tag/michele-santoro/)

La vicenda della lettera della BCE


Dal sito Blizquotidiano.it riportiamo alcuni articoli della lettera che doveva salvare Berlusconi che sarebbe stata scritta a Roma.

La lettera della Bce che doveva salvare Berlusconi venne scritta a Roma

Fonte: Blizquotidiano.it

12_05_2012

ROMA- Stefano Feltri dalle colonne de Il Fatto Quotidiano svela i retroscena della lettera che la Bce scrisse nell’agosto scorso e che ha cambiato la storia politica italiana, portando alla caduta del Governo Berlusconi. Feltri prende spunto dalla frase pronunciata dall’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti durante l’ultima puntata di Servizio Pubblico. Tremonti, nella trasmissione di Santoro ha detto: “Basta leggere la lettera della Bce per capire che è stata scritta a Roma. Quella lettera è un passaggio politico di grande rilievo che entra nella sovranità di un Paese. E qualcuno l’ha chiesta, dentro il governo e non solo, c’era un certo tifo per quel tipo di intervento a vari livelli”.

Secondo il Fatto, a scrivere la lettera avrebbe partecipato uno dei cervelli economici del governo berlusconiano: l’allora ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta.

Scrive Feltri: “L’attuale presidente del Consiglio (Monti) ha detto in Parlamento: ‘non starei in un governo che chiede una lettera ’ e in modo inglese stava facendo capire che quella della Bce è stata richiesta da quello precedente”, allude, dice e non dice, ma Tremonti invita a rileggere la storia di quel documento che ha cambiato molto. Perché tutto cominciò da lì. E lì bisogna tornare ora che, dopo sei mesi, si può cominciare a guardare con l’oggettività della distanza alla nascita del governo Monti. L’ultima chance per B”.

“La lettera della Bce, – prosegue Feltri – il programma di emergenza firmato da Mario Draghi e Jean Claude Trichet che ha prima accompagnato Silvio Berlusconi alla porta e poi ha dato le basi per l’azione dei tecnici. Nella vulgata giornalistica la lettera è diventata la condanna a morte del governo Berlusconi, secondo quanto ha ricostruito il Fatto Quotidiano, grazie al racconto di alcune delle persone coinvolte, quel documento era invece l’ultimo tentativo di rendere accettabile ai mercati un esecutivo screditato, ridimensionando la probabilità di una crisi politica che all’epoca, nell’estate 2011, poteva dare il colpo finale alle finanze del Paese”.

“Una lettura critica della storia della lettera deve partire dal 4 agosto, dalla conferenza stampa convocata a sorpresa in cui il governo Berlusconi ammette di dover riscrivere la manovra di luglio giudicata inadeguata dai mercati, anticipando al 2013 il pareggio di bilancio previsto in origine per il 2014 (ma con oltre 20 miliardi di interventi rinviati a dopo la fine della legislatura). I giornali liquidano come un ‘siparietto’ l’educato ma violento dialogo tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. Il ministro dell’Economia accenna ai contatti del governo avviati con diverse istituzioni finanziarie per discutere insieme le misure da adottare, e cita l’Ocse e il Fondo monetario internazionale, ‘Noi saremo attivi aprendoci al confronto con queste istituzioni internazionali’. Berlusconi lo interrompe aggiungendo: ‘Anche la Bce’. Tremonti lo guarda stupito, con l’espressione di chi pensava che il Cavaliere, alle prese in quel periodo con le vicende bunga bunga, avesse solo una vaga idea di cosa fosse la Banca centrale europea. ‘Credo sia molto importante, ma non coinvolgibile in questa fase’, precisa il ministro, pensando a quanto Francoforte tenga alla sua indipendenza dai governi e viceversa. E Berlusconi, sibillino: ‘Ma informabile sì’”.

Ancora Feltri: ” Tremonti non insiste. Ma al ministro suona bizzarro: in quei giorni il Cavaliere è già un paria per i partner europei, Tremonti è rimasto l’unico ambasciatore del governo nei consessi internazionali, con una mossa di immagine e di sostanza ha appena avvicinato John Lipsky, allora vicedirettore generale del Fmi in procinto di lasciare il suo posto a Washington. Lipsky doveva diventare un superconsulente, anello di congiunzione con il Fmi di Christine Lagarde che Tremonti aveva individuato all’inizio dell’estate come la sponda adatta nei mesi difficili dello spread. Invece sorpresa: Berlusconi trattava con la Bce di Mario Draghi, da sempre poco in sintonia con Tremonti (il cui ultimo libro, Uscita di sicurezza è un lungo atto d’accusa implicito a Draghi)”.

“La lettera della Bce ‘arriva’ al governo il 4 agosto (e, a quanto risulta al Fatto, è arrivata in simultanea a palazzo Chigi e al Tesoro). Raccontano diverse fonti, quel documento è stato elaborato più a Roma che a Francoforte e l’ordine delle firme in calce, Mario Draghi, Jean Claude Trichet, non è soltanto alfabetico. Certo, anche alla Bce ci sono monitoring team che sanno quanto via Nazionale delle cose italiane. E le richieste della lettera non erano molto diverse dai punti principali delle considerazioni finali di Draghi, a fine anno (e dalle richieste dei mercati). Ma il documento è frutto di un negoziato che si svolge a Roma. Ci ha  lavorato l’altro cervello economico del governo berlusconiano, Renato Brunetta, che oggi oppone un drastico ‘non ho niente da dire, ho scritto tutto nelle mie slide’, alludendo alle corpose presentazioni che manda con cadenza settimanale ai giornalisti per commentare l’attualità”.

“A ben guardare, – prosegue il giornalista de Il Fato Quotidiano – Brunetta ha fatto il suo coming out, sul Foglio, il primo di ottobre: ‘Ora che la lettera della Bce è divenuta pubblica posso smettere di nascondere la mia reazione quando la lessi: i signori della Bce hanno ragione, i loro suggerimenti sono il nostro programma’. E nella conclusione dell’articolo che argomenta come la lettera ‘annienta gli avversari del governo’, Brunetta scriveva: ‘In quella missiva, quindi, più che l’intimazione a cambiare rotta c’è, per il governo, la pressante richiesta di procedere più speditamente. E di farlo nella direzione fin qui intrapresa’. Così veniva vissuta, in quell’ala del governo, ciò che ad altri pareva commissariamento internazionale: un’assicurazione che permetteva a Berlusconi di sopravvivere”.

“Ma torniamo ai giorni cruciali di agosto. L’ 8 agosto il Corriere della Sera rivela i contenuti della lettera che qualcuno, c’è chi dice Draghi chi Tremonti, ha allungato a via Solferino: privatizzazioni dei servizi pubblici locali, liberalizzazioni, riforma del lavoro con intervento sull’articolo 18, e una riforma della Pubblica amministrazione, punto questo che sembra una firma di Brunetta che certifica il suo coinvolgimento (tipicamente brunettiano il passaggio ‘negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance’). In cambio, anche se non si può esplicitare il do ut des, la Bce comprende buoni del Tesoro italiani sul mercato secondario per ridurre lo spread e quindi i rendimenti, cioè il costo.

Il giorno prima della rivelazione dei contenuti della lettera, quasi a darvi l’imprimatur, il Corriere pubblica un editoriale del professor Mario Monti: “Il podestà forestiero”. La frase importante è questa: “Il governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese, dopo avere rifiutato l’ipotesi di un impegno comune con altre forze politiche per cercare di risollevare un’Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un ‘ governo tecnico’. Quindi: ‘Le forme sono salve. I ministri restano in carica. La primazia della politica è intatta. Ma le decisioni principali sono state prese da un ‘ governo tecnico sopranazionale’’. É il segnale a un certo mondo che l’operazione governo tecnico è sospesa. O meglio, delegata a Draghi. Così da salvare – come nota Monti – almeno nelle forme la sovranità italiana. E soprattutto rimandare la caduta di Berlusconi di cui nessuno, allora, era in grado di prevedere le conseguenze”.

Come aveva rivelato Fabio Martini su La Stampa il 24 luglio, infatti, l’idea che il premier lo dovesse fare Monti era già condivisa in ambienti influenti. In una riunione lunedì 18 luglio, nella sede della banca Intesa Sanpaolo, ci sono Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza, l’editore di Repubblica Carlo De Bendetti, Romano Prodi, il banchiere vaticano Angelo Caloia e il futuro ministro Corrado Passera, allora capo azienda di Intesa. Monti, come suo stile, si mette a disposizione ma soltanto nel caso ci sia un consenso generale dietro il suo nome, non vuole imporsi ma essere imposto. Poi la lettera Bce offre un’ultima chance a Berlusconi. Sappiamo come è finita”. 

Secondo Feltri la lettera fu voluta da Berlusconi come “una assicurazione sulla vita”, ma appare più probabile che Berlusconi volesse servirsi dell’ombra severa della Banca centrale europea come spauracchio per convincere Umberto Bossi e la sua Lega a mollare sulle riforme (vedi quella delle pensioni). Berlusconi non ci riuscì e cadde proprio infilzato dalla inadempienza alle indicazioni di quella lettera.

Lettera “segreta” Bce: “Licenziate, tagliate stipendi, pensioni…”

ROMA – Il Corriere della Sera ha pubblicato il testo integrale della lettera segreta inviata il 5 agosto dalla Bce al Governo italiano, in cui è messo, nero su bianco, punto per punto, il diktat della Banca centrale europea sulla manovra finanziaria e non solo che l’Italia deve ingoiare come una purga.

I capitoli tradotti in Italiano sono:

libertà di licenziamento;

servizi pubblici privatizzati;

riforma delle pensioni;

pareggio di bilancio;

blocco del turnover nella pubblica amministrazione e se non basta taglio degli stipendi pubblici;

tagliare le province e non solo.

Non sono novità, perché se ne parla da un mese, da quando si seppe della lettera in cui la Bce, per mano del suo attuale e uscente presidente, Jean-Claude Trichet e del suo prossimo successore, Mario Draghi, spiegava a Silvio Berlusconi come fare la manovra.

C’era stato anche una specie di giallo attorno all’autore effettivo della lettera, firmata da Trichet e Draghi ma subito ascritta alla penna del solo Draghi. Indizio decisivo per individuare il colpevole era stato il riferimento alle province, che poteva venire in mente solo a un italiano. Questa lettera era rimasta finora segreta: il governo italiano si era limitato a comunicare che Trichet e Draghi avevano spedito una missiva con delle raccomandazioni.

Però leggersi tutto il testo, in inglese, con traduzione a fronte, fa un certo effetto: riducete gli stipendi dei dipendenti pubblici “se necessario”, mettete mano alle pensioni, cambiate le norme sulle assunzioni e i licenziamenti dei lavoratori (mettere mano all’articolo 18), abolite le province, liberalizzate i servizi pubblici.

Dopo averla ricevuta, ai primi di agosto, il Governo ci ha pensato un po’ su, ha convocato le parti sociali e poi una settimana dopo, in fretta e furia, ha approvato la manovra, il 13 agosto, salvo poi modificarla un po’ in varie tappe. Lo stesso Berlusconi lo aveva rivelato a inizio settembre: “La Bce ci ha detto come fare la manovra”.

Ricevute le istruzioni di Trichet e Draghi, con la richiesta di raggiungere un deficit pubblico pari all’1% del Pil nel 2012, il governo Berlusconi si è affrettò a varare una manovra pesante pari a tre punti di Pil, una cinquantina di miliardi di euro, in un solo anno. Vediamo, punto per punto, cosa scrivevano Trichet e Draghi nella lettera svelata dal Corriere della Sera ad opera di Mario Sensini:

1 –  Privatizzazione dei servizi pubblici. È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.

2 - Modificare le norme sulla contrattazione, sulle assunzioni e sui licenziamenti. C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. Inoltre dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

3 – Raggiungere un deficit pubblico pari all’1% del Pil già nel 2012. Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L’obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell’1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. 

4 - Ritoccare le pensioni e allungare l’età pensionabile delle donne.  È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Trichet e Draghi dicono anche che andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.

5 –  Ridurre i costi dell’impiego pubblico tagliando, se necessario, gli stipendi. Il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.

6 – Revisione dell’amministrazione pubblica e abolizione delle Province. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali.

Senza nemmeno troppi giri di parole si può dire dunque che la manovra italiana è stata dettata e fatta dalla Bce, e che Berlusconi è in realtà un re senza scettro. Trichet e Draghi non si sono limitati a spiegare a Berlusconi cosa e come farlo, gli hanno anche dettato i tempi. Al termine della lettera “segreta” ora pubblicata dal ‘Corriere della Sera’ si legge: “Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio“.

Il risultato, ad oggi, non è quello voluto: la manovra non ha evitato il downgrade dell’Italia da parte di S&P, non ha migliorato il rapporto tra Btp e Bund, non ha invertito il trend negativo di fiducia nel Sistema Paese. E nella sua classe politica al governo dell’Italia.

 

 Berlusconi: “Manovra? La Bce ci ha detto come farla”

ROMA – Con la ‘lettera riservata’ ”che ci hanno chiesto loro di mantenere tale, scritta insieme alla Banca d’Italia la Bce ci ha indicato non solo di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013 ma anche in che modo avrebbero preferito che fosse raggiunto”.

Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi parlando dal palco di Atreju spiegando ”come e’ nata” la manovra varata dal governo prima di Ferragosto.

Berlusconi re senza scettro: Btp salvi, ma la Bce controlla anche le virgole

ROMA – La decisione della Banca Centrale europea e il pressing asfissiante di Francia e Germania alla fine sembrano aver dato il risultato più atteso: l’acquisto dei titoli di stato italiani e l’intimazione ad anticipare il pareggio di bilancio dal 2014 al 2013, hanno fatto scendere gli interessi sui Btp, lo spread si è allontanato da quota 400 punti base con i bund tedeschi (in mattinata era sotto i 300), l’aggressione speculativa appare ridimensionata. Berlusconi sta difendendo con le unghie e con i denti il fortino del governo, ma non può far nulla, a parte mostrarsi indignato con i suoi, per tacitare chi parla di un esecutivo di fatto commissariato. Le bordate celate nel dotto editoriale di Mario Monti sul Corriere della Sera di domenica hanno lasciato il segno. Il “podestà forestiero” ci sta tirando fuori dai guai è vero, ma ha dettato le sue condizioni, umiliando la dignità politica di un governo che solo formalmente può dirsi indipendente e autonomo. Insomma saremmo una repubblica a sovranità limitata, perché da soli non siamo riusciti ad emendarci dall’antico vizio di arrangiarci e di rinviare a domani ciò che potremmo fare oggi.

Perché le stesse misure draconiane imposte dall’estero non sono state previste nella manovra di Tremonti? E perché ancora mercoledì scorso, Berlusconi non ne ha fatto cenno alcuno nel suo dimenticabile discorso al Parlamento? E’ vero che quello dell’efficacia dell’azione dei governi al tempo dell’economia globalizzata è il tema cruciale dei nostri giorni. E’ vero, per fare un esempio illuminante, che l’economia del Belgio è condotta senza troppi patemi pur essendo il governo vacante da più di un anno. Ma il deficit politico italiano attuale non può essere che addebitato agli attuali manovratori. Che è possibile disturbare senza conseguenze, perché il timone, quello vero, sta a Francoforte e Bruxelles, o al massimo nelle cancellerie dove si parla tedesco o francese.

Prendiamo la lettera concordata dall’attuale presidente della Bce e del suo sostituto designato: quella di Trichet e Draghi al governo italiano non è una missiva di indirizzo e di invito a far presto. E’ un vero e proprio programma di governo. La lettera non avrebbe dovuto rimanere riservata, ma in fondo è un bene che l’opinione pubblica ne sia stata resa partecipe. Di solito è su quel genere di misure che viene convocata ad esprimere un giudizio durante le elezioni. Non è che il popolo può essere chiamato a esprimersi solo su questioni di coscienza o sulle municipalizzate. Trichet e Draghi offrono la soluzione e il percorso per raggiungerla. Per esempio: giusto accelerare sulle liberalizzazioni, ma rientra nelle competenze dei banchieri chiedere che vengano fatte per decreto? Sulle privatizzazioni viene evocato, non a torto, il fallimentare comportamento della Grecia che per troppo attendere ha dovuto svendere il suo patrimonio: ma è legittimo pretendere la privatizzazione delle società pubbliche locali?

Mancava solo la lista della spesa. E’ chiaro che poi si fomenta l’odio anti-europeista e si rimpingua il già nutritissimo partito che agita lo spettro complottista dei poteri forti. Però, nonostante i giornali di destra mettano il “burocrate” Monti nello stesso calderone anti-governativo addirittura con Prodi e D’Alema, un problema di democrazia reale si impone. Perché se oggi Berlusconi o Tremonti sono costretti a delegare le politiche di bilancio e la guida delle scelte economiche di fondo, perché domani un Bersani o un altro leader della sinistra dovrebbero contare qualcosa di più? Non è solo questione di prestigio, anche se quello, come il coraggio, uno non se lo può dare se non ce l’ha.

Travaglio a Servizio Pubblico 10 maggio 2012


Quelli che avevano capito tutto…su Grillo (Marco Travaglio a Servizio Pubblico 10 maggio 2012)

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IDV CONSEGNA LE FIRME CONTRO LA CASTA


IdV consegna le firme contro la casta

Fonte:idv

Lunedì 14 maggio, alle 10.30, l’Italia dei Valori consegnerà, presso la Camera dei Deputati, le firme per la proposta di legge d’iniziativa popolare sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Per l’occasione, i deputati, i senatori e i militanti IdV s’incontreranno davanti Montecitorio dove terranno un sit-in. Ogni parlamentare porterà una delle scatole contenenti le adesioni dei cittadini, raccolte durante la campagna ‘Giù le mani dal sacco’.

“Eliminare il finanziamento pubblico ai partiti è l’unico modo per ristabilire la sovranità popolare tradita dopo il referendum del ‘93 e combattere, alla radice, la corruzione e il degrado che stanno affondando il Paese”, ha affermato il leader del partito, Antonio Di Pietro.

Ancora di più oggi, perché nonostante la recentissima batosta elettorale i grandi partiti, quelli per intenderci che sostengono il governo Monti, stanno dimostrando di non aver compreso il messaggio (forte, fortissimo) che i cittadini hanno ‘imbucato’ nell’urna elettorale.

Ci saremmo aspettati infatti una repentina presa di coscienza, un cambiamento radicale, un’inversione di tendenza, un segnale forte per dire: vogliamo riconquistare la vostra fiducia. Abbiamo esagerato è vero, abbiamo approfittato della situazione, ma ora vogliamo cambiare registro, percorrere nuove strade, lavorare per migliorare la condizione di tutti, avere più attenzione verso i lavoratori, i pensionati, le piccole imprese, gli artigiani. Ovvero le categorie sulle quali stiamo scaricando ingiustamente il costo più alto della crisi. 

Invece nulla. Nei salotti televisivi e sui giornali vecchi e nuovi tromboni della politica continuano a pavoneggiarsi in improbabili analisi socio-politiche. Per spiegare che sì, hanno perso, ma in fondo hanno anche un po’ vinto. Che terribile e insopportabile deja vu!

Quel che è peggio in Parlamento continuano a inciuciare per mantenere i loro privilegi. Ci hanno riprovato  ieri alla Camera con le pensioni d’oro ai grand commis di Stato. Tentativo fortunatamente sventato – per la seconda volta, la prima era stata al Senato – dall’Italia dei Valori.    

Ci stanno provando anche con i rimborsi elettorali ai partiti con una proposta che grida vendetta: tagliare del 50% la tranche dei rimborsi di luglio. Un “pannicello caldo insufficiente”, l’ha definita Antonio Di Pietro, ribadendo che l’Italia dei Valori “consegnerà l’ultima rata del rimborso di luglio per le elezioni politiche del 2008 al ministro Fornero, affinché utilizzi quei soldi per fini sociali. Ci auguriamo – ha detto ancora il leader IdV – che gli altri partiti facciano altrettanto”.

Un appello che dubitiamo verrà raccolto da una specie, quella dei politici, che nel corso degli anni ha subito una grave mutazione genetica, perdendo la capacità di ascoltare chi le ha dato fiducia.

NOSTRO COMMENTO: Bravo Di Pietro! Cosi si fa! Non ci speri che i partiti rinuncino ai rimborsi. La pagheranno cara, però, in termini di voti e di credibilità. IL POPOLO italiano non dimenticherà chi lo ha tradito. Fate girare questo video a 360° in modo che la gente sappia a chi non dovrà votare alle prossime imminenti elezioni politiche.

MAURIZIO CROZZA A BALLARO 08_05_2012


MAURIZIO CROZZA A BALLARO 08_05_2012

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Grillo ha stravinto! Auguri a Beppe


Napolitano: Grillo? Nessun boom La replica: tra un anno ti riposerai

Fonte:http://www.adnkronos.com

Roma – (Adnkronos/Ign) – Il presidente della Repubblica al termine della visita alla mostra di Poste Italiane su ”150 anni dedicati al futuro” commenta i risultati elettorali: “Partiti riflettano sulla governabilità”. E sui grillini: “Di boom ricordo quello degli anni ’60, altri non ne vedo”. L’ex comico: “Il Movimento 5 stelle non si vede, ma si sente

Roma, 8 mag. – (Adnkronos/Ign) – “Grillo?, non vedo nessun boom”. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che oggi ha inaugurato la mostra ’150 anni dedicati al futuro’ di Poste Italiane, risponde così ai giornalisti che gli chiedevano un commento sull’exploit del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. “Di boom ricordo quello degli anni ’60, altri non ne vedo”, ha detto.

Per il capo dello Stato le elezioni amministrative devono rappresentare ”motivi di riflessione per le forze politiche e per i cittadini sui rapporti con la politica e sui problemi di governabilità, oggi a livello locale ma che si pongono, come vediamo in Europa, a livello nazionale in diversi Paesi”. ”Una volta si diceva -ha aggiunto il capo dello Stato- che le elezioni amministrative avevano un rilievo essenzialmente locale anche se questo era vero fino a un certo punto. Abbiamo avuto un test piuttosto circoscritto, anche perché il numero degli eletti chiamati a votare non è stato grandissimo”.

A stretto giro la risposta di Grillo al capo dello Stato: m”L’anno prossimo si terranno le elezioni politiche e, subito dopo, sarà nominato il successore di Napolitano, che potrà godersi il meritato riposo”, ha scritto il l’ex comico sul suo blog.

“Sono rimasto a bocca aperta, spalancata, come un’otaria. Ho le mascelle che mi fanno ancora male. Là dove non hanno osato neppure i Gasparri e i Bersani ha volato (basso) Napolitano“, incalza il leader dei grillini che sottolinea: “Il Presidente della Repubblica, la massima carica dello Stato, a domanda sul MoVimento 5 Stelle ha risposto ‘Grillo, non vedo nessun boom!’. Un linguaggio ‘giovane’ arricchito da memorabilia storiche, ha rammentato ‘Ricordo quello degli anni ’60, altri boom non ne vedo’. E’ vero! Il M5S è solo terzo ed è nato solo due anni e mezzo fa e non ha fatto boom. Forse ha fatto bim bum bam? O Sim sala bin? Napolitano è preoccupato per il futuro e ha approfondito ‘Ci sono motivi di riflessione per tutti, per le forze politiche e per i cittadini sui rapporti con la politica e sui problemi di governabilità’. Traduzione: ‘I partiti (quelli che facevano boom) non se li fila più nessuno’. Napolitano ha poi minimizzato il voto ‘Abbiamo avuto un test piuttosto circoscritto, anche perché il numero degli eletti chiamati a votare non è stato grandissimo (nove milioni e mezzo di italiani, ndr)’.

“Se il MoVimento 5 Stelle farà boom (come quello dei favolosi anni ’60), il prossimo presidente non sarà un’emanazione dei partiti, come la Bonino, e neppure delle banche, come Rigor Montis. I giochi per il Quirinale sono in corso da tempo. Si sono già venduti la pelle degli italiani. ‘Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale’”, ricorda poi Grillo citando l’articolo 87 della Costituzione. “Rappresenta anche il Movimento Stelle e anche, dopo queste elezioni, i suoi circa 250 consiglieri comunali e regionali scelti dai cittadini. Il boom del M5S non si vede, ma si sente. Boom, boom, Napolitano!”, conclude.

 NOSTRO COMMENTO: Ha vinto Grillo! Napolitano fa finta di niente! Tutto il resto è poesia.

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