Dal sito Blizquotidiano.it riportiamo alcuni articoli della lettera che doveva salvare Berlusconi che sarebbe stata scritta a Roma.
La lettera della Bce che doveva salvare Berlusconi venne scritta a Roma
Fonte: Blizquotidiano.it
12_05_2012
ROMA- Stefano Feltri dalle colonne de Il Fatto Quotidiano svela i retroscena della lettera che la Bce scrisse nell’agosto scorso e che ha cambiato la storia politica italiana, portando alla caduta del Governo Berlusconi. Feltri prende spunto dalla frase pronunciata dall’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti durante l’ultima puntata di Servizio Pubblico. Tremonti, nella trasmissione di Santoro ha detto: “Basta leggere la lettera della Bce per capire che è stata scritta a Roma. Quella lettera è un passaggio politico di grande rilievo che entra nella sovranità di un Paese. E qualcuno l’ha chiesta, dentro il governo e non solo, c’era un certo tifo per quel tipo di intervento a vari livelli”.
Secondo il Fatto, a scrivere la lettera avrebbe partecipato uno dei cervelli economici del governo berlusconiano: l’allora ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta.
Scrive Feltri: “L’attuale presidente del Consiglio (Monti) ha detto in Parlamento: ‘non starei in un governo che chiede una lettera ’ e in modo inglese stava facendo capire che quella della Bce è stata richiesta da quello precedente”, allude, dice e non dice, ma Tremonti invita a rileggere la storia di quel documento che ha cambiato molto. Perché tutto cominciò da lì. E lì bisogna tornare ora che, dopo sei mesi, si può cominciare a guardare con l’oggettività della distanza alla nascita del governo Monti. L’ultima chance per B”.
“La lettera della Bce, – prosegue Feltri – il programma di emergenza firmato da Mario Draghi e Jean Claude Trichet che ha prima accompagnato Silvio Berlusconi alla porta e poi ha dato le basi per l’azione dei tecnici. Nella vulgata giornalistica la lettera è diventata la condanna a morte del governo Berlusconi, secondo quanto ha ricostruito il Fatto Quotidiano, grazie al racconto di alcune delle persone coinvolte, quel documento era invece l’ultimo tentativo di rendere accettabile ai mercati un esecutivo screditato, ridimensionando la probabilità di una crisi politica che all’epoca, nell’estate 2011, poteva dare il colpo finale alle finanze del Paese”.
“Una lettura critica della storia della lettera deve partire dal 4 agosto, dalla conferenza stampa convocata a sorpresa in cui il governo Berlusconi ammette di dover riscrivere la manovra di luglio giudicata inadeguata dai mercati, anticipando al 2013 il pareggio di bilancio previsto in origine per il 2014 (ma con oltre 20 miliardi di interventi rinviati a dopo la fine della legislatura). I giornali liquidano come un ‘siparietto’ l’educato ma violento dialogo tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. Il ministro dell’Economia accenna ai contatti del governo avviati con diverse istituzioni finanziarie per discutere insieme le misure da adottare, e cita l’Ocse e il Fondo monetario internazionale, ‘Noi saremo attivi aprendoci al confronto con queste istituzioni internazionali’. Berlusconi lo interrompe aggiungendo: ‘Anche la Bce’. Tremonti lo guarda stupito, con l’espressione di chi pensava che il Cavaliere, alle prese in quel periodo con le vicende bunga bunga, avesse solo una vaga idea di cosa fosse la Banca centrale europea. ‘Credo sia molto importante, ma non coinvolgibile in questa fase’, precisa il ministro, pensando a quanto Francoforte tenga alla sua indipendenza dai governi e viceversa. E Berlusconi, sibillino: ‘Ma informabile sì’”.
Ancora Feltri: ” Tremonti non insiste. Ma al ministro suona bizzarro: in quei giorni il Cavaliere è già un paria per i partner europei, Tremonti è rimasto l’unico ambasciatore del governo nei consessi internazionali, con una mossa di immagine e di sostanza ha appena avvicinato John Lipsky, allora vicedirettore generale del Fmi in procinto di lasciare il suo posto a Washington. Lipsky doveva diventare un superconsulente, anello di congiunzione con il Fmi di Christine Lagarde che Tremonti aveva individuato all’inizio dell’estate come la sponda adatta nei mesi difficili dello spread. Invece sorpresa: Berlusconi trattava con la Bce di Mario Draghi, da sempre poco in sintonia con Tremonti (il cui ultimo libro, Uscita di sicurezza è un lungo atto d’accusa implicito a Draghi)”.
“La lettera della Bce ‘arriva’ al governo il 4 agosto (e, a quanto risulta al Fatto, è arrivata in simultanea a palazzo Chigi e al Tesoro). Raccontano diverse fonti, quel documento è stato elaborato più a Roma che a Francoforte e l’ordine delle firme in calce, Mario Draghi, Jean Claude Trichet, non è soltanto alfabetico. Certo, anche alla Bce ci sono monitoring team che sanno quanto via Nazionale delle cose italiane. E le richieste della lettera non erano molto diverse dai punti principali delle considerazioni finali di Draghi, a fine anno (e dalle richieste dei mercati). Ma il documento è frutto di un negoziato che si svolge a Roma. Ci ha lavorato l’altro cervello economico del governo berlusconiano, Renato Brunetta, che oggi oppone un drastico ‘non ho niente da dire, ho scritto tutto nelle mie slide’, alludendo alle corpose presentazioni che manda con cadenza settimanale ai giornalisti per commentare l’attualità”.
“A ben guardare, – prosegue il giornalista de Il Fato Quotidiano – Brunetta ha fatto il suo coming out, sul Foglio, il primo di ottobre: ‘Ora che la lettera della Bce è divenuta pubblica posso smettere di nascondere la mia reazione quando la lessi: i signori della Bce hanno ragione, i loro suggerimenti sono il nostro programma’. E nella conclusione dell’articolo che argomenta come la lettera ‘annienta gli avversari del governo’, Brunetta scriveva: ‘In quella missiva, quindi, più che l’intimazione a cambiare rotta c’è, per il governo, la pressante richiesta di procedere più speditamente. E di farlo nella direzione fin qui intrapresa’. Così veniva vissuta, in quell’ala del governo, ciò che ad altri pareva commissariamento internazionale: un’assicurazione che permetteva a Berlusconi di sopravvivere”.
“Ma torniamo ai giorni cruciali di agosto. L’ 8 agosto il Corriere della Sera rivela i contenuti della lettera che qualcuno, c’è chi dice Draghi chi Tremonti, ha allungato a via Solferino: privatizzazioni dei servizi pubblici locali, liberalizzazioni, riforma del lavoro con intervento sull’articolo 18, e una riforma della Pubblica amministrazione, punto questo che sembra una firma di Brunetta che certifica il suo coinvolgimento (tipicamente brunettiano il passaggio ‘negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance’). In cambio, anche se non si può esplicitare il do ut des, la Bce comprende buoni del Tesoro italiani sul mercato secondario per ridurre lo spread e quindi i rendimenti, cioè il costo.
Il giorno prima della rivelazione dei contenuti della lettera, quasi a darvi l’imprimatur, il Corriere pubblica un editoriale del professor Mario Monti: “Il podestà forestiero”. La frase importante è questa: “Il governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese, dopo avere rifiutato l’ipotesi di un impegno comune con altre forze politiche per cercare di risollevare un’Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un ‘ governo tecnico’. Quindi: ‘Le forme sono salve. I ministri restano in carica. La primazia della politica è intatta. Ma le decisioni principali sono state prese da un ‘ governo tecnico sopranazionale’’. É il segnale a un certo mondo che l’operazione governo tecnico è sospesa. O meglio, delegata a Draghi. Così da salvare – come nota Monti – almeno nelle forme la sovranità italiana. E soprattutto rimandare la caduta di Berlusconi di cui nessuno, allora, era in grado di prevedere le conseguenze”.
“Come aveva rivelato Fabio Martini su La Stampa il 24 luglio, infatti, l’idea che il premier lo dovesse fare Monti era già condivisa in ambienti influenti. In una riunione lunedì 18 luglio, nella sede della banca Intesa Sanpaolo, ci sono Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza, l’editore di Repubblica Carlo De Bendetti, Romano Prodi, il banchiere vaticano Angelo Caloia e il futuro ministro Corrado Passera, allora capo azienda di Intesa. Monti, come suo stile, si mette a disposizione ma soltanto nel caso ci sia un consenso generale dietro il suo nome, non vuole imporsi ma essere imposto. Poi la lettera Bce offre un’ultima chance a Berlusconi. Sappiamo come è finita”.
Secondo Feltri la lettera fu voluta da Berlusconi come “una assicurazione sulla vita”, ma appare più probabile che Berlusconi volesse servirsi dell’ombra severa della Banca centrale europea come spauracchio per convincere Umberto Bossi e la sua Lega a mollare sulle riforme (vedi quella delle pensioni). Berlusconi non ci riuscì e cadde proprio infilzato dalla inadempienza alle indicazioni di quella lettera.
Lettera “segreta” Bce: “Licenziate, tagliate stipendi, pensioni…”
ROMA – Il Corriere della Sera ha pubblicato il testo integrale della lettera segreta inviata il 5 agosto dalla Bce al Governo italiano, in cui è messo, nero su bianco, punto per punto, il diktat della Banca centrale europea sulla manovra finanziaria e non solo che l’Italia deve ingoiare come una purga.
I capitoli tradotti in Italiano sono:
libertà di licenziamento;
servizi pubblici privatizzati;
riforma delle pensioni;
pareggio di bilancio;
blocco del turnover nella pubblica amministrazione e se non basta taglio degli stipendi pubblici;
tagliare le province e non solo.
Non sono novità, perché se ne parla da un mese, da quando si seppe della lettera in cui la Bce, per mano del suo attuale e uscente presidente, Jean-Claude Trichet e del suo prossimo successore, Mario Draghi, spiegava a Silvio Berlusconi come fare la manovra.
C’era stato anche una specie di giallo attorno all’autore effettivo della lettera, firmata da Trichet e Draghi ma subito ascritta alla penna del solo Draghi. Indizio decisivo per individuare il colpevole era stato il riferimento alle province, che poteva venire in mente solo a un italiano. Questa lettera era rimasta finora segreta: il governo italiano si era limitato a comunicare che Trichet e Draghi avevano spedito una missiva con delle raccomandazioni.
Però leggersi tutto il testo, in inglese, con traduzione a fronte, fa un certo effetto: riducete gli stipendi dei dipendenti pubblici “se necessario”, mettete mano alle pensioni, cambiate le norme sulle assunzioni e i licenziamenti dei lavoratori (mettere mano all’articolo 18), abolite le province, liberalizzate i servizi pubblici.
Dopo averla ricevuta, ai primi di agosto, il Governo ci ha pensato un po’ su, ha convocato le parti sociali e poi una settimana dopo, in fretta e furia, ha approvato la manovra, il 13 agosto, salvo poi modificarla un po’ in varie tappe. Lo stesso Berlusconi lo aveva rivelato a inizio settembre: “La Bce ci ha detto come fare la manovra”.
Ricevute le istruzioni di Trichet e Draghi, con la richiesta di raggiungere un deficit pubblico pari all’1% del Pil nel 2012, il governo Berlusconi si è affrettò a varare una manovra pesante pari a tre punti di Pil, una cinquantina di miliardi di euro, in un solo anno. Vediamo, punto per punto, cosa scrivevano Trichet e Draghi nella lettera svelata dal Corriere della Sera ad opera di Mario Sensini:
1 – Privatizzazione dei servizi pubblici. È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.
2 - Modificare le norme sulla contrattazione, sulle assunzioni e sui licenziamenti. C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. Inoltre dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.
3 – Raggiungere un deficit pubblico pari all’1% del Pil già nel 2012. Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L’obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell’1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa.
4 - Ritoccare le pensioni e allungare l’età pensionabile delle donne. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Trichet e Draghi dicono anche che andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.
5 – Ridurre i costi dell’impiego pubblico tagliando, se necessario, gli stipendi. Il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.
6 – Revisione dell’amministrazione pubblica e abolizione delle Province. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali.
Senza nemmeno troppi giri di parole si può dire dunque che la manovra italiana è stata dettata e fatta dalla Bce, e che Berlusconi è in realtà un re senza scettro. Trichet e Draghi non si sono limitati a spiegare a Berlusconi cosa e come farlo, gli hanno anche dettato i tempi. Al termine della lettera “segreta” ora pubblicata dal ‘Corriere della Sera’ si legge: “Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio“.
Il risultato, ad oggi, non è quello voluto: la manovra non ha evitato il downgrade dell’Italia da parte di S&P, non ha migliorato il rapporto tra Btp e Bund, non ha invertito il trend negativo di fiducia nel Sistema Paese. E nella sua classe politica al governo dell’Italia.
Berlusconi: “Manovra? La Bce ci ha detto come farla”
ROMA – Con la ‘lettera riservata’ ”che ci hanno chiesto loro di mantenere tale, scritta insieme alla Banca d’Italia la Bce ci ha indicato non solo di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013 ma anche in che modo avrebbero preferito che fosse raggiunto”.
Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi parlando dal palco di Atreju spiegando ”come e’ nata” la manovra varata dal governo prima di Ferragosto.
Berlusconi re senza scettro: Btp salvi, ma la Bce controlla anche le virgole
ROMA – La decisione della Banca Centrale europea e il pressing asfissiante di Francia e Germania alla fine sembrano aver dato il risultato più atteso: l’acquisto dei titoli di stato italiani e l’intimazione ad anticipare il pareggio di bilancio dal 2014 al 2013, hanno fatto scendere gli interessi sui Btp, lo spread si è allontanato da quota 400 punti base con i bund tedeschi (in mattinata era sotto i 300), l’aggressione speculativa appare ridimensionata. Berlusconi sta difendendo con le unghie e con i denti il fortino del governo, ma non può far nulla, a parte mostrarsi indignato con i suoi, per tacitare chi parla di un esecutivo di fatto commissariato. Le bordate celate nel dotto editoriale di Mario Monti sul Corriere della Sera di domenica hanno lasciato il segno. Il “podestà forestiero” ci sta tirando fuori dai guai è vero, ma ha dettato le sue condizioni, umiliando la dignità politica di un governo che solo formalmente può dirsi indipendente e autonomo. Insomma saremmo una repubblica a sovranità limitata, perché da soli non siamo riusciti ad emendarci dall’antico vizio di arrangiarci e di rinviare a domani ciò che potremmo fare oggi.
Perché le stesse misure draconiane imposte dall’estero non sono state previste nella manovra di Tremonti? E perché ancora mercoledì scorso, Berlusconi non ne ha fatto cenno alcuno nel suo dimenticabile discorso al Parlamento? E’ vero che quello dell’efficacia dell’azione dei governi al tempo dell’economia globalizzata è il tema cruciale dei nostri giorni. E’ vero, per fare un esempio illuminante, che l’economia del Belgio è condotta senza troppi patemi pur essendo il governo vacante da più di un anno. Ma il deficit politico italiano attuale non può essere che addebitato agli attuali manovratori. Che è possibile disturbare senza conseguenze, perché il timone, quello vero, sta a Francoforte e Bruxelles, o al massimo nelle cancellerie dove si parla tedesco o francese.
Prendiamo la lettera concordata dall’attuale presidente della Bce e del suo sostituto designato: quella di Trichet e Draghi al governo italiano non è una missiva di indirizzo e di invito a far presto. E’ un vero e proprio programma di governo. La lettera non avrebbe dovuto rimanere riservata, ma in fondo è un bene che l’opinione pubblica ne sia stata resa partecipe. Di solito è su quel genere di misure che viene convocata ad esprimere un giudizio durante le elezioni. Non è che il popolo può essere chiamato a esprimersi solo su questioni di coscienza o sulle municipalizzate. Trichet e Draghi offrono la soluzione e il percorso per raggiungerla. Per esempio: giusto accelerare sulle liberalizzazioni, ma rientra nelle competenze dei banchieri chiedere che vengano fatte per decreto? Sulle privatizzazioni viene evocato, non a torto, il fallimentare comportamento della Grecia che per troppo attendere ha dovuto svendere il suo patrimonio: ma è legittimo pretendere la privatizzazione delle società pubbliche locali?
Mancava solo la lista della spesa. E’ chiaro che poi si fomenta l’odio anti-europeista e si rimpingua il già nutritissimo partito che agita lo spettro complottista dei poteri forti. Però, nonostante i giornali di destra mettano il “burocrate” Monti nello stesso calderone anti-governativo addirittura con Prodi e D’Alema, un problema di democrazia reale si impone. Perché se oggi Berlusconi o Tremonti sono costretti a delegare le politiche di bilancio e la guida delle scelte economiche di fondo, perché domani un Bersani o un altro leader della sinistra dovrebbero contare qualcosa di più? Non è solo questione di prestigio, anche se quello, come il coraggio, uno non se lo può dare se non ce l’ha.
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